In memoria di Thomas Harlan e della sua interminabile fuga…

domenica, 19 Dicembre, 2010

Questo è lo scritto che Clemente Manenti ha pubblicato sulla rivista ” Una città”, in ricordo di Thomas Harlan, recentemente scomparso. Lo segnalo a chi ha conosciuto Thomas, in Italia o in Portogallo o ancora in Germania poco importa. Per quel suo lungo impegno a denunciare criminali nazisti che hanno contribuito a inchieste giudiziarie in Germania. E per la sua vicinanza a Lotta Continua. Per il film sul Portogallo dei garofani, Torre bela. E per tante altre cose. Occhi chiarissimi, quel passato che non passa mai, le passioni di fine secolo, i film, una figlia avuta da Anna e che oggi è grande…Chi vorrà portargli un fiore può andare a Parigi, al Père Lachaise, dove il suo corpo è stato portato ora.

“Se Il Mercante di Venezia fosse stato scritto a Berlino nel 1939, su commissione di Goebbels, William Shakespeare sarebbe un criminale”. Con queste parole il 22 febbraio 1985, nel dibattito seguito alla proiezione del film “Wundkanal” al Festival del Cinema di Berlino, il regista Thomas Harlan rispose a uno spettatore che lo aveva interrogato sul suo rapporto con il padre Veit Harlan, che negli anni di Hitler era stato il “regista del diavolo”, autore nel 1939 di “Jud Süß”, il film che preparò e accompagnò la “soluzione finale della questione ebraica”. La risposta sottilmente crudele, indiretta ma non elusiva, illumina il carattere e l’atteggiamento di Thomas Harlan verso la vita, giocata fino all’ultimo respiro in un’implacabile lotta contro tutto ciò che significava per lui il regime del quale il padre era stato il cantore più acclamato. “Credo che poche persone abbiano analizzato il proprio padre così a fondo e così a lungo come ho fatto io. Non ho mai smesso di farlo”, disse nel corso di quel dibattito, e aggiunse: “Ciò che non ho mai perdonato a mio padre è che abbia continuato a vivere felice e contento fino all’ultimo giorno”.

Thomas Harlan è morto il 16 ottobre scorso nella clinica per malattie respiratorie di Schönau, in Bassa Baviera, dov’era ricoverato da 10 anni per enfisema polmonare. Dopo la cremazione, l’urna con le sue ceneri è stata inumata il 6 novembre nel cimitero parigino di Père Lachaise. Thomas Harlan è stato un nomade anche da morto. Nato nel 1929, alla fine della seconda guerra mondiale Thomas fu uno dei ragazzi della “generazione del buffetto”, ai quali il Führer, nella sua ultima uscita dal bunker, aveva affidato con uno schiaffetto sulla guancia l’estrema difesa di Berlino. Quei ragazzi si dissanguarono a migliaia per un paio di settimane nel tentativo di impedire ai carri armati sovietici, ormai padroni di quattro quinti della città, di rompere l’ultimo anello di difesa del Regierungsviertel, il centro nevralgico del potere – e per permettere al Führer di farsi suicidare comodamente e senza sangue nel suo bunker. Da bambino Thomas era stato vezzeggiato da Goebbels, assiduo frequentatore di casa Harlan, che una sera capitò lì a tarda ora, dimenticando di portare un regalo al figlio di Veit che festeggiava il compleanno. Goebbels con una telefonata fece aprire il più grande negozio di giocattoli di Berlino e vi portò il piccolo Thomas perché scegliesse quello che voleva. Forse dal desiderio di sbarazzarsi dei regali ricevuti quella sera veniva la straordinaria generosità di Thomas adulto verso i suoi amici, ai quali regalava continuamente ciò che aveva di più bello.

Conclusa la battaglia per Berlino, a Thomas Harlan non occorse molto tempo per capacitarsi di quel che era successo nel mondo, in Germania, nei campi di concentramento degli Ebrei d’Europa e a lui personalmente. Si allontanò precipitosamente dalla famiglia e dalla casa, una fuga interminabile, ma non da se stesso. Con il padre, che dapprima era stato incluso nella lista dei criminali da processare a Norimberga, e poi stralciato (insieme a Leni Riefenstahl, perché “l’arte non si processa”), Thomas ruppe ogni rapporto fin dal 1945 e nel ’48, dopo la riabilitazione ufficiale del “regista del diavolo”, fu attivo nelle proteste e nell’incendio dei cinema tedeschi che riproponevano il famigerato “Jud Süß”. Tuttavia non rinunciò al nome di Harlan, come aveva fatto qualche membro della famiglia. E quando il padre gravemente ammalato chiese di vederlo nella sua casa di Capri, Thomas andò e rimase ad assisterlo le ultime sei settimane, fino al giorno della morte (13 aprile 1964). Sperava di estorcergli una frase di pentimento o di resipiscenza, ma ottenne solo un sospiro.

Lo scrittore francese Michel Tournier nella sua autobiografia ricorda il suo incontro a Tubinga con il diciassettenne Thomas Harlan, subito dopo la guerra: “Quando arrivò a Tubinga aveva l’età e l’aspetto di Rimbaud al suo arrivo a Parigi nell’agosto del 1870. Era dominato e lacerato da tre passioni: l’amore per suo padre, la vergogna di suo padre, il forsennato desiderio di abbandonare al più presto questa Germania ancora fumante di rovine e ancora appestata dai miasmi del nazismo… Thomas scomparve poi da Tubinga altrettanto misteriosamente, quanto improvvisamente vi era comparso… seppi in seguito che insieme all’attore Klaus Kinski era andato a lavorare sotto falso nome in un kibbuz israeliano…  Più tardi andò in Polonia a fare ricerche e raccogliere documenti…”.

Thomas Harlan ha vissuto in Francia, Israele, Polonia, Inghilterra, Pomerania, Bielorussia, Italia, Portogallo, Mozambico, Haiti, di nuovo in Francia, di nuovo in Italia, e poi contemporaneamente dappertutto. In Germania entrava clandestinamente, perché da lì Thomas Harlan era stato “ausgebürgert”, reso apolide: il primo ed ultimo caso di “espulsione dalla cittadinanza”, una misura non prevista dalla costituzione, nella storia della Repubblica Federale Tedesca. Ma Thomas era un nomade volontario e appassionato, e in Germania entrava quando e come voleva, sia all’Ovest che all’Est. Molti dei suoi moltissimi amici quando lo conobbero lo sospettarono, salvo ricredersi, di essere un doppio agente, perché solo un doppio agente poteva muoversi con tanta agilità attraverso i confini e le cortine di ferro. Dalla Polonia Thomas Harlan portò “a casa” e rese pubblica una lista di 8 mila ufficiali tedeschi delle Einsatzgruppen SS, con nome, cognome, modalità e circostanze di tempo e di luogo delle fucilazioni di massa di ebrei e di civili, donne e bambini, compiute in Polonia, Cecoslovacchia, Bielorussia, Lituania, da ufficiali tedeschi che nel frattempo in buon numero erano tornati ad occupare posti di potere e di comando nella Germania Occidentale.

Il film presentato a Berlino nel quarantennale della capitolazione della Germania nazista è anch’esso un prodotto delle ricerche polacche di Thomas Harlan. In tutta la sua produzione cinematografica documento e finzione sono legati intimamente, ma in Wundkanal (nella medicina legale il termine designa la traccia lasciata da un proiettile che attraversa un corpo) il legame diventa inestricabile al punto da rendere scabroso, sconcertante, persino insopportabile questo capolavoro. Durante la proiezione berlinese non pochi furono gli spettatori che uscirono imprecando dalla sala. Così il dizionario dei film del Morandini: “Finzione e realtà si mescolano in modo inquietante in questo labirintico film, potente ma non trasparente, formalmente affascinante ma oscuro, in cui il confine tra conoscenza e crudeltà è incerto”. Protagonista del film è un ex-ufficiale delle Waffen SS ottantenne, Alfred Filbert, e già qui comincia il disorientamento dello spettatore, quando si accorge che Alfred Filbert non solo esiste veramente, ma è lui stesso ad interpretare nel film la propria parte.

Alfred Filbert, classe 1909, figlio di un militare e cresciuto in caserma, entrato nella NSDAP e nelle SS dopo iniziali studi di diritto, cominciò la carriera nell’apparato di sicurezza delle SS nel 1935, fu promosso Obersturmbannführer nel gennaio 1939 e dal 27 settembre 1939 fu messo a capo della Einsatzgruppe EK9 nella Polonia appena invasa. Compito di queste unità di polizia di sicurezza era la “pacificazione” dei territori conquistati mediante la “liquidazione fisica di comunisti, sabotatori, sobillatori e di tutti gli ebrei compresi le donne e i bambini”, secondo le direttive di Heydrich. Fino all’ottobre del 1941, stando a quanto comunicato dallo stesso Filbert alle istanze superiori delle SS, il suo gruppo EK9, composto da 120 uomini, aveva liquidato complessivamente 11.449 persone. Dopo la capitolazione Filbert rimase in Germania, cambiando solo le due lettere iniziali del suo nome: si chiamò “Selbert”, e trovò subito un lavoro in una grande falegnameria. Dopo l’amnistia del 31 dicembre 1949 riprese il nome di Filbert, e diventò direttore di banca. Nel 1959, dopo una festa di reduci della EK9 nella sede della polizia berlinese in cui si ricordavano i bei tempi della Polonia, Filbert fu denunciato da una impiegata iscritta al sindacato della polizia, arrestato e processato per aver preso parte personalmente all’omicidio di 6.800 civili. Condannato all’ergastolo, fu rilasciato nel giugno del 1973 per motivi di salute e messo a riposo. Dal film di Thomas Harlan emergono alcuni dettagli sulla preparazione psicologica dei 120 uomini agli ordini di Filbert. Le spedizioni contro gli ebrei erano solitamente precedute dalla proiezione del film “Jud Süß” di Veit Harlan. Alla sera, dopo il rientro, si guardava un altro film di Veit Harlan, “Immensee” un polpettone sentimentale sulla nostalgia della sposa per il suo uomo lontano, che aveva il potere di far piangere calde lacrime alla truppa dei massacratori. In Wundkanal, Thomas Harlan ripete su Alfred Filbert quel rituale di preparazione, utilizzando le pellicole del padre.

Per le riprese il regista lavorò con il grande operatore americano Robert Kramer, che già lo aveva accompagnato nei documentari sul Portogallo e sul Mozambico. Kramer (detto Russel) aveva avuto come scuola di perfezionamento il Vietnam, dove effettuava le sue riprese dall’elicottero, e da quella esperienza era uscito danneggiato nell’anima, ma insuperabile nel mestiere. Wundkanal deve molta della sua efficacia alle riprese di Russel, al movimento a spirale, lento e senza tagli della cinepresa, all’interno di un unico ambiente, una cella di vetro ottagonale piena di specchi e di schermi, luogo metaforico della perdita della memoria, con effetti “subacquei” di diffusione e rifrazione della luce. Robert Kramer girò contemporaneamente un documentario sulla lavorazione di Wundkanal, di cui svela i segreti in particolare attraverso il rapporto tra il regista-suggeritore-terapeuta-persecutore Harlan e il reale, ottuso vecchio boia nazista. Attraverso un trattamento inusuale e poco ortodosso, il regista riesce a trasformare il personaggio in un grande attore involontario e inconsapevole. Harlan conosce il suo uomo a perfezione, la sua memoria e i suoi vuoti di memoria. Non cerca una deposizione o una confessione, ma lo sottopone a sollecitazioni psicologiche, piccoli strappi emotivi, per suscitare e mettere a nudo le reazioni e mostrare il personaggio al di là della sua verità quotidiana. Come quando alla fine del film il vecchio Filbert viene lasciato solo, col pretesto di una pausa, davanti a un video su cui scorrono le immagini di “Immensee”, e si abbandona a un pianto dirotto che dura alcuni minuti.

Rimane la domanda: perché Filbert si è prestato ad un simile scherzo? Per vanità senile? Per l’impeccabile abito blu tagliato da un sarto di Parigi (dove il film è stato girato) che il Dr. Filbert indossa davanti alla cinepresa? Per il compenso che ha ricevuto? O forse perché del regista non sapeva altro, se non che si chiamava Harlan ed era figlio di Veit?  Quale migliore occasione di questa, per sentirsi “riabilitato”?

Negli ultimi dieci anni, trascorsi nella clinica di Schönau in gran parte sotto una tenda a ossigeno, Thomas Harlan ha pubblicato due libri, “Rosa” e “Cimitero degli Eroi”, dei quali Hans Magnus Enzensberger ha scritto: “Questa prosa è straordinaria, al livello di Claude Simon o di W.G. Sebald”. Nell’ultimo anno ha lavorato ad una biografia del padre, rimasta incompiuta.

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