Un libro per Toni Fontana

lunedì, 20 Dicembre, 2010

Mercoledì alla nuova libreria Fandango, in via dei Prefetti a Roma, viene ricordato Toni Fontana. Giornalista, inviato sui fronti della guerra, attento a tutto ciò che non va (come nel suo ultimo libro, da Nutrimenti, Apartheid, dove si parla dell’Italia e non del Sud Africa…). Il ricordo ora in occasione del libro su di lui, a oltre tre mesi dall’improvvisa morte, con i suoi reportage di vent’anni di lavoro. Per ricordare anche quel  28 marzo 2003, alle porte di Bassora, quando fu catturato dalle truppe irachene insieme ad altri sei giornalisti italiani. Dopo essere stati testimoni del conflitto al seguito delle truppe d’invasione, Fontana e gli altri colleghi divennero prigionieri degli assediati e furono trasferiti a Baghdad, all’Hotel Palestine, da dove vennero liberati dagli americani il 9 aprile…

Dall’Unità di oggi 20.12.2010:

Raccontare la pace sui fronti di guerra era il mestiere di Toni Fontana, inviato degli Esteri dell’Unità. Ha raccontato due guerre in Iraq, l’Afghanistan, le piaghe dell’Africa. Continuando a dar conto di come anche nella società italiana è andata crescendo una cultura e una domanda di pace e giustizia. Ha iniziato il suo percorso professionale in giro per il mondo occupandosi di profughi dall’Albania e ultimamente aveva concentrato il suo lavoro d’inchiesta alle radici dell’odio anti immigrato nel profondo Nord d’Italia.

Il primo settembre la vita di Toni è volato via improvvisamente per un arresto cardiaco che lo ha sorpreso in una camera d’albergo a Otranto dove si trovava per un convegno sulle mafie internazionali e la democrazia. In redazione, anche per riprenderci dallo sconcerto e dal vuoto della sua presenza, abbiamo deciso di raccogliere i suoi reportage e articoli, che sono una miriade in più di vent’anni di attività, e di pubblicarne una scelta, anche grazie ad un contributo della Cgil.

Il libro si concentra sugli articoli per le pagine degli esteri del giornale e, con le presentazioni di Mario Marazziti della Comunità Sant’Egidio e di Walter Veltroni che è stato uno dei suoi direttori e dell’Africa, la passione di Toni, si è intensamente occupato, è ora alle stampe.

S’intitola “Dal nostro inviato” e sarà presentato dalla direttrice de l’Unità Concita De Gregorio mercoledì 22 dicembre a Roma presso la nuova libreria Fandango in via dei Prefetti 22 alle ore 19. Sarà un’occasione per ricordare lo sguardo compassionevole ma austero, come dice Marazziti nel suo scritto, con cui Toni amava raccontare il mondo ai lettori dell’Unità. E anche l’occasione per acquistare il libro i cui proventi, in accordo con la famiglia, saranno utilizzati per finanziare progetti umanitari.

Dal blog di Paola Caridi:

No, non avrei mai immaginato di dover scrivere di Toni. Di dover scrivere che Toni Fontana è morto. L’amico degli  ultimi vent’anni, l’amico che mi aveva scelto come testimone alle sue nozze con Barbara, in chiesa – da agnostico – per rispetto a lei e alla sua fede profonda. L’amico sulla cui terrazza, assieme a un piccolo gruppo di uomini e donne, abbiamo condiviso ideali sani, risa, gli immancabili piatti di pasta al sugo. L’amico coerente, il cronista di razza, l’uomo che ha raccontato le guerre così come ha raccontato la deriva razzista del nostro paese nel suo ultimo libro (edizioni Nutrimenti), che guarda caso s’intitola L’apartheid. L’uomo del profondo Nord-Est, Feltre, provincia di Belluno, cresciuto bene da una donna ritrovatasi vedova e con due figli troppo presto. L’uomo che ha faticato: gli studi a Bologna, e lì i primi passi nel giornalismo. E poi Roma, la Roma degli anni Novanta, la stagione da inviato di guerra, dalla Guerra del Golfo del 1991, al lungo conflitto balcanico, passando per quell’amore profondo per l’Africa raccontato con una capacità rara di coniugare la pietas per il destino degli uomini con l’onesta e chiara descrizione della realtà che vide con i propri occhi. Anche realtà dure: i cadaveri in un fiume del Centro Africa, le migliaia di profughi, l’umanità dolente tra Croazia e Bosnia. Realtà dure, durissime, quasi impossibili da digerire, descritte con quel rispetto raro che ogni cronista dovrebbe avere.

Uomo di poche parole, uomo che della sua montagna aveva conservato il passo costante e la serietà, Toni Fontana amava veramente il suo lavoro di giornalista, cronista, interprete della realtà. Non credo avrebbe potuto fare altro se non questo, nella sua vita. Questo non vuol dire che nella vita non avesse altro. La sua famiglia, sua moglie Barbara, di cui s’innamorò in un batter d’occhio, la loro amatissima figlia Beatrice, il loro comune affetto per la Spagna. E il suo amore per la famiglia, per ciò che c’è fuori dal lavoro, oltre il lavoro, fuori dalle beghe professionali, ne faceva l’uomo che Toni Fontana è stato per tutti i 55 anni della sua vita, stroncata da un infarto, stanotte, mentre partecipava a un convegno – non deve stupire, appunto… – sulla legalità. Toni Fontana è stato (questo tempo passato è terribile) un uomo di grandi passioni, sempre, un uomo che ha ingoiato la vita. Forse il suo cuore non ha retto a questo abbraccio così forte e potente, in cui Toni cercava di contenere tutto.

Chissà perché, mentre piango da stamane la sua mancanza, mi viene in mente una passeggiata sulle Dolomiti, in cui ci insegnava a camminare. Lento o veloce, non ha importanza. L’importante è mantenere sempre lo stesso passo, senza mai cambiare. La sua coerenza era tutta qui. Assieme a un’ironia che tutti noi che l’abbiamo conosciuto ci portiamo dentro, nel nostro lessico famigliare, nelle stesse boutade che ancora usiamo dopo tanti anni. Sempre uguali, anch’esse, come il suo passo in montagna.

Per chi volesse ricordare Toni, i modi sono vari. C’è anzitutto L’Unità, il suo giornale, da sempre. Sull’Unità online è stato aperto lo spazio ai commenti. E poi c’è la sua pagina Facebook, per inviargli – per così dire – un messaggio personale. Come qualcuno ha già fatto.

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