A Rosarno, un anno dopo

lunedì, 10 Gennaio, 2011

Rosarno, un anno dopo in piazza: «Ancora schiavi, nulla è cambiato»
l’Unità, 08-01-2011
Luciana Cimino
A un anno dai tragici fatti della piana calabrese, gli immigrati di Rosarno sono tornati a far sentire la loro voce con una doppia manifestazione nella cittadina che 12 mesi fa fu teatro dei violenti scontri e a Roma, con un sit-in sotto il Ministero delle Politiche Agricole. Da allora molto è cambiato ma non le loro condizioni. I migranti sono stati dispersi (dalla Puglia a Castel Volturno, da Cassibile all’Agro Pontino) ma delle promesse fatte all’indomani della terribile “caccia al negro” che seguì la rivolta dei braccianti non ve ne è traccia. Sono rimasti schiavi, di uno schiavismo che non si può neanche definire “moderno” perché della modernità non ha niente e la catena che una volta era di ferro oggi si chiama ricatto da permesso di soggiorno e da lavoro.
Dei circa 150 lavoratori ospitati dal centro sociale ex Snia Viscosa, nel popolare quartiere capitolino del Prenestino, la maggior parte ha avuto il permesso per motivi umanitari, che ha durata, però, solo di un anno. Provengono da Mali, Costa d’Avorio, Guinea, Burkina, Ghana, Senegal e spesso sono laureati o diplomati ma in Italia si sono ritrovati a raccogliere pomodori e arance a nero per 20 euro al giorno sotto la mannaia del caporalato. Ieri, con il supporto di associazioni come l’Osservatorio Antirazzista, in circa un centinaio hanno srotolato striscioni sotto il ministero dell’Agricoltura.
«Le vostre arance non cadono dal cielo », c’era scritto su uno di questi a sottolineare come i prodotti della nostra agricoltura siano ottenuti al più grazie a forza lavoro sotto pagata e senza diritti. «Dopo un anno le cose non sono cambiate – denuncia Sang, 43 anni, una moglie e 6 figli in Gambia e un passato e un presente da bracciante nel Foggiano e in Calabria – la rivolta ha messo in luce in quali condizioni viviamo e lavoriamo ma ancora siamo precari, ancora le nostre case sono abbandonate e senza servizi ancora il lavoro è a nero». «Abbiamo bisogno di documenti, di un lavoro regolare e che non sia sottopagato – continua – anche se adesso c’è un dialogo con le istituzioni la situazione non cambia mai». E aggiunge: «in Italia c’è razzismo, non affittano case dignitose a noi neri». Abu, 30 anni è fuggito dalla guerra in Costa D’Avorio. «Io sono fortunato perché ho il lavoro da magazziniere anche se sono laureato in informatica gestionale – spiega -ma sono venuto a manifestare per i miei compagni, bisogna cambiare questo sistema del ricatto del permesso di soggiorno, noi vogliamo il lavoro, senza lavoro non si può vivere, ma anche dignità».
Forte tra i manifestanti è la delusione per il fallimento dell’accordo tra Provincia di Roma, Coldiretti e Confagricoltura volto a promuovere l’inserimento lavorativo regolare nelle aziende agricole romane. A fronte di una richiesta di manodopera di diverse centinaia di persone sono stati fatti solo 4 contratti. «È stata la prova, se mai ce ne fosse stato bisogno, che nelle campagne del Lazio se si assume lo si fa a nero e non si riesce a promuovere il lavoro regolare», commenta Veronica dell’Osservatorio Antirazzista. Tuttavia migranti, centri sociali e associazioni non si fermeranno. Per domenica hanno annunciato una raccolta delle arance che crescono spontanee per le vie di Roma e poi «torneremo alla Provincia per chiedere di dare seguito al protocollo di aprile, se non si prendono la responsabilità le parti istituzionali e quelle del mondo produttivo agricolo non può cambiare», aggiunge Marco dell’Osservatorio.
Intanto una delegazione di manifestanti è stata ricevuta ieri mattina dal Mipaaf. Nella piattaforma la richiesta di condizioni di accoglienza dignitose e assistenza sanitaria per i lavoratori delle campagne, l’apertura di un tavolo presso gli enti locali con le associazioni datoriali per «scardinare un sistema produttivo paraschiavistico», la creazione di un sistema di etichettatura etica per i prodotti della filiera che garantisca non solo la qualità organolettica ma anche quella sociale. Inoltre i lavoratori di Rosarno hanno chiesto che venga garantito il permesso di soggiorno a chi denuncia il caporale o condizioni di lavoro irregolare, come già avviene in altri paesi europei .

Rosarno, solo piccole novità positive Ma resta la piaga dello sfruttamento
Oltre 400 immigrati hanno manifestato davanti alla Prefettura di Reggio Calabria per chiedere condizioni di vita dignitose e permessi di soggiorno per poter lavorare. Ma la maggior parte degli immigrati, raccoglitori di arance, sopravvivono sotto il giogo infame dei caporali al soldo della ‘ndrangheta
la Repubblica, 07-01-2011
ROBERTO CALABRO’
ROSARNO – Un anno dopo la rivolta dei migranti: tutto è cambiato, ma nulla è cambiato. Una constatazione disarmante, che è diventata lo slogan della Rete Radici, un network di associazioni (Action 1, daSud 2, Libera Piana e Tenda di Abramo 3) che dallo scorso novembre ha monitorato da vicino le condizioni di vita e di lavoro degli africani rimasti a lavorare nelle campagne della Piana di Gioia Tauro. E che oggi ha accompagnato 400 migranti in una manifestazione che da Rosarno si è spostata a Reggio Calabria, fin sotto la Prefettura, per chiedere condizioni di vita dignitose e permessi di soggiorno e di lavoro. Al viceprefetto vicario del capoluogo calabrese sono state portate le istanze dei nuovi schiavi della Piana. Schiavi dei caporali al soldo della ‘ndrangheta e schiavi di una legislazione assurda che li rende invisibili e ricattabili.
Le loro storie. Come Lamine Diarra, 31 anni, del Mali. In Italia dal 2005. “Quello che chiediamo sono i documenti. Vogliamo vivere e lavorare in regola. Io sono in Italia da quasi sei anni, vivo a Rizziconi. Quando ci chiamano, lavoriamo dall’alba al tramonto per 25 euro al giorno. E non sempre ci pagano. Ma senza documenti non possiamo fare valere i nostri diritti, non possiamo neppure prendere in affitto una casa”.
Pochi cambiamenti. Quello di Lamine non è un caso isolato. Il monitoraggio condotto dalla rete
Radici tra novembre e dicembre 2010 su 200 cittadini africani ha svelato che nessun cambiamento sostanziale è avvenuto rispetto al 7 gennaio dello scorso anno, quando l’ennesima angheria commessa ai danni di alcuni di loro ha scatenato la rivolta violenta dei braccianti di colore. E ha mostrato a un’Italia attonita il degrado, i soprusi e lo sfruttamento a cui questi ragazzi sono sottoposti quotidianamente.
Almeno sono spariti i grandi ghetti. Francesca Chirico, dell’associazione daSud, una delle sigle che compongono la rete Radici, ci racconta: “Dallo scorso anno a oggi i due cambiamenti più evidenti riguardano gli alloggi e la dimensione del fenomeno. Sono spariti i grandi ghetti storici, la Rognetta, l’ex Opera Sila, la Cartiera, demoliti dalle ruspe o resi inaccessibili. Ma sono stati sostituiti da piccoli insediamenti, casolari e ruderi sparsi in mezzo alle campagne in cui le condizioni igienico-sanitarie non sono certamente migliori di quelle che abbiamo avuto modo di vedere in tv o nei reportage fotografici.
Diminuite le presenze. E’ cambiata anche la dimensione del fenomeno: rispetto alle 3.000 presenze negli anni precedenti, secondo le nostre stime quest’anno i lavoratori africani in tutta la Piana non sono più di 800, al massimo mille”. Per via della fuga avvenuta subito dopo la Rivolta dello scorso anno, ma anche per colpa della crisi che ha colpito l’agricoltura: oggi i braccianti di colore vengono chiamati a lavorare in media non più di due-tre giorni alla settimana.
Ma sempre sfruttati. Quello che non è cambiato è lo sfruttamento, 20-25 euro per 8-10 ore di lavoro sfiancante, e l’odiosa pratica del caporalato. Anche se i controlli dell’Inps e dell’Ispettorato del lavoro si sono fatti più stringenti. Il primo passo per potere aspirare a condizioni di vita e di lavoro dignitose passa per il riconoscimento dello status giuridico di questi lavoratori invisibili. Molti di loro non sono illegali, ma richiedenti asilo. Quindi legittimati a restare sul territorio italiano, ma senza la possibilità di firmare un regolare contratto di lavoro. Intrappolati in una sorta di limbo giuridico che li rende vulnerabili e ricattabili.
Le loro richieste. E’ per questo che oggi, prima ancora che un tetto sotto cui stare in maniera decorosa, gli africani della Piana hanno reclamato a gran voce il superamento della legge Bossi-Fini e del pacchetto sicurezza. Per poter soggiornare e lavorare in Italia, legalmente e senza essere sfruttati e umiliati.


Com’è Rosarno un anno dopo la strage

l’Unità, 06-01-2011
Gianluca Ursini
Per le strade intorno Rosarno, i campi dal verde fosco sono punteggiati dal sole: mèlange di arance abbandonate. «A 5 centesimi al chilo, andateveli a raccogliere voi», sbeffeggiano il forestiero amareggiati i caporali a tarda sera, sulla statale 118 che attraversa la Piana e unisce una realtà metropolitana di paesini divisi da ettari di agrumeti e uliveti centenari: Rizzìconi, Rosarno, Laureana, Drosi, San Ferdinando, Taurianova e giù verso il mare le luci del porto di Gioja.
Rumeni, Bulgari, magherebini, persino un improbabile argentino biondo come un Gesù che di giorno fa il cassiere all’Iper, guidano i furgoncini da dove smontano gli africani, la minoranza. Per la gran parte, un migliaio di bulgari, macedoni, rumeni e ucraini che dopo la rivolta del 2010 non se ne sono mai andati, mai stati espulsi. Chi perché comunitario,chi perché bianco. E qui di troppo erano solo i nivuri.
Gli africani, che nel 2011 in gran parte non sono tornati, si vedono in giro solo all’alba e in gruppi divisi per nazionalità: guineani, malesi, ghanesi, pochissimi nigeriani, come in passato moltissimi burkinabé e ivoriani, forgiati da anni nei campi di cacao. Ma lì non pioveva ogni giorno come nel cuore umido della Calabria più verde. «Abbiamo registrato 800 presenze di migranti», conta Peppe Pugliese dell’Osservatorio Migranti CalAfrica, mentre porta in giro un allampanato pastore, David McFarland della chiesa Evangelica, a distribuire coperte. «Hanno superato il migliaio», ribattono dalla rete di Ong del progetto “Radici”, che chiede per i lavoratori un permesso di soggiorno per non faticare in nero.
«Conviene raccogliere le clementine, i mandarini, almeno rendono 20 centesimi, qui si deve affrontare una universale crisi del lavoro nell’agroalimentare meridionale, delle condizioni di lavoro e dei flussi di manodopera: a questi prezzi non conviene assumere, forse nemmeno produrre», allarga le braccia Antonino Calogero della Cgil locale. Per i braccianti la paga continua ad essere da 20 o 25 euro a giornata. Si comincia alle 5 sulla statale poi alle 8, finita la contrattazione col padroncino che può lucrare sulla tua schiena 10 euro, ti ritrovi nel “giardino”. Alle 5 è buio, tutti a casa. Quale casa? Un anno fa esplose la rabbia nelle fabbriche abbandonate e occupate dagli anni 90: la Cartiera a S. Ferdinando, abbandonata coi tetti sfasciati di Eternit in luglio dopo un incendio; rimaneva l’ex fabbrica di succhi “Rognetta” alle porte di Rosarno. Ora demolita, con 800mila euro del Viminale i rosarnesi avranno un mercato, al chiuso.
Dormitori, no. C’erano i silos della ex “Opera Sila” sulla strada per Gioia, dove in contrada Bosco ci sarebbero stati in gennaio gli scontri più animati con l’auto di una donna incinta data alle fiamme. Nelle tre notti successive, 150 bravi pattugliavano i campi con le mazze da baseball battute ritmicamente sull’asfalto della statale a cercare un “cuginetto” che tentasse la sortita. A Rizziconi, alla Collina, in due casoni sequestrati alle sorelle Albanese, clan dei più feroci, in 200 sopravvivevano senza acqua né luce. Tutto finito nel 2011. Ora i nivuri sono meno della metà dei 2500, presenti al momento della rivolta, quando la chiusura delle fabbriche del Nord li spinse verso i campi del Meridione.
Lavoro non ce n’è, non si mettono insieme più di tre giornate a settimana e a sera il western Union vicino l’unico hotel ora ingombrato dalle tv satellitari straripa di africani per spedire i soldi. Dormono tutti in casolari sulle strade tra Rizziconi, San Ferdinando e Rosarno; non più di 20. Hanno paura della caccia. «Da ottobre in bande girano per i casolari a controllare quanti siano gli africani», spiega sconsolato un parroco. Gli unici a ribattere alle mafie sono volontari e Chiesa. In una frazione di Rizzìconi la Caritas locale ha creato il “modello Drosi”: il sacerdote fa da garante e 50 migranti trovano affitto a prezzi moderati.
«In un anno avremo il centro Formazione professionale con 120 alloggi per i migranti regolari», assicura la neosindaco Elisabetta Tripodi. «Intanto sgombereremo il cementificio Beton Medma sequestrato al clan Bellocco; poi in primavera costruiremo tre palazzine, con un milione e mezzo già stanziato».
Secondo “Radici” «gran parte delle 800 presenze censite sono regolari richiedenti asilo – spiega Francesca Chirico – ma all’asilante le questure rilasciano un cedolino che permette il soggiorno: non si può firmare un contratto». Il risultato è lavoro nero. Nonostante gli oltre mille controlli in autunno dichiarati dall’Inps, sempre agli stessi orari, sempre il lunedì. Nonostante l’inchiesta Migrantes di maggio del pm Stefano Musolino e del procuratore di Palmi Giuseppe Creazzo: oltre 30 sfruttatori comunitari in manette.

«Accoglieremo i migranti in un’area sequestrata ai clan» – Intervista a Elisabetta Tripodi
l’Unità, 06-01-2011
Gianluca Ursini
Stasera in piazza a Rosarno si torna per una festa dimenticata da anni: la serata della Mondialità. Rappresentanti delle etnie malesi, burkinabè senegalese e maghrebine balleranno in piazza coi rosarnesi e mangeranno le crespelle preparate dai volontari. Uno sforzo per tornare agli anni della convivenza, che aveva sognato il sindaco Peppino Lavorato, a capo del comune Medmeo negli anni 90 con Pds e Ds. Il «6 dicembre era la festa di lavoratori italiani e africani insieme», lo slogan che ricordava a chi gli chiedeva consigli, il compagno di lotte di Giuseppe Valarioti, ucciso dalle ‘Ndrine 30 anni fa. A rinverdire la buona pratica c’è Elisabetta Tripodi, 44 anni, eletta nella tornata elettorale di dicembre al ballottaggio contro un ex sindaco di centrodestra, Giacomo Saccomanno. Rosarno è di nuovo rossa, ma è soprattutto rosa: Tripodi è la prima signora a dirigere il comune Medmeo. Dopo gli incidenti del 2010, i rosarnesi hanno voluto il cambio… «Il dato che più mi conforta non è la mia affermazione, o quella della mia lista, ma il fatto che si siano presentati molti candidati che non aveva mai svolto attività politica: 13 neoeletti su 20 consiglieri. E soprattutto, dopo anni in cui le donne erano assenti o si contava una sola consigliere di sesso femminile, abbiamo cinque elette, il 20% non è molto rispetto ad altre realtà, ma per noi rappresenta il vero motivo di speranza». Legalità e lavoro sono ancora due emergenze qui. «Hanno chiuso, qui nella Piana di Gioia, molte realtà che impiegavano anche centinaia di calabresi, la carenza di offerta è una realtà sia per i migranti che per i calabresi: conosciamo adesso anche problemi di reinserimento per i lavoratori di mezza età, oltre al problema mai risolto della non occupazione giovanile. Sulla legalità, rilanciamo sulle pratiche di trasparenza: abbiamo concluso due anni di sperimentazione, alla Stazione Unica appaltante presso la Prefettura reggina, ove si svolgevano bandi di gara per gli appalti superiori ai 150mila euro. Con noi, ogni lavoro per importi anche inferiore ai 50mila sarà appaltato dalla Stazione unica, con trasparenza e certificazione antimafia, e lo faremo anche per i conferimenti di beni e servizi dai 20mila euro in su». Manca ancora una forma di accoglienza stabile ai migranti. «I lavori cominceranno a breve in una struttura sequestrata al clan Belloco. Abbiamo a disposizione un milione e mezzo di euro per costruire tre palazzine con un centro per la formazione professionale e alloggi per 120 lavoratori stagionali. Ma siamo costretti ad applicare le norme vigenti sulla regolarizzazione, anche se non condivido l’approccio della Bossi-Fini che vede i migranti solo nell’ottica della sicurezza. Il problema è indirizzare i flussi di lavoro. Per questa stagione, possiamo solo offrire dei corsi di lingua italiana». E come accoglienza stabile? «Di concerto con la Protezione civile, allestiremo una tendopoli, la Regione ha effettuato un sopralluogo e dato il placet sull’area prescelta, in territorio urbani, con gli allacci regolari a rete fognaria e forniture idriche. Da Roma invieranno container per oltre 100 migranti, noi abbiamo a disposizione docce e bagni già funzionanti per offrire condizioni igieniche decenti»


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