D’Alema, Veltroni e Castagnetti a Brescia: il governo abusa del segreto di stato

mercoledì, 12 Gennaio, 2011

Una sala piena a Brescia per seguire un dibattito sul segreto di stato e sugli abusi che ne sono stati fatti. Con D’Alema, Veltroni e Castagnetti. Il resoconto di Bresciaoggi:

Segreto di Stato, problema attuale

IL DIBATTITO. L’ex premier, Castagnetti e Veltroni moderati da Riotta. In sala i parenti delle vittime, Castrezzati, Torri e centinaia di militanti. D’Alema (presidente Copasir): «Utilizzandolo per i casi Telecom e Pio Pompa il governo incoraggia al silenzio gli apparati dello Stato»

11/01/2011

Massimo D’Alema porge la mano a Valter Veltroni nella platea dell’auditorium del liceo scientifico «Leonardo» SERVIZIO FOTOLIVE

Brescia. Piazza Loggia, a Brescia, non si tocca. Difficilmente, almeno qui, passeranno revisionismi storici, suggerimenti di nuove piste, rivincite della destra. È bastato che il Pd (provinciale e regionale) organizzasse un appuntamento per riflettere dopo l’ennesima sentenza assolutoria, perchè l’auditorium di via Balestrieri si gremisse di centinaia di persone. In sala i big del partito (i deputato Paolo Corsini e Pierangelo Ferrari e il senatore Guido Galperti, con l’aggiunta della senatrice Daria Bonfietti di Bologna), ma anche i parenti delle vittime della strage come Alfredo Bazoli e Manlio Milani, o Franco Castrezzati che in piazza della Loggia 36 anni fa stava parlando dal palco al momento dello scoppio della bomba, o il segretario generale della Cisl Enzo Torri, uno dei sindacati che si sono costituiti parte civile anche nell’ultimo processo. Alle loro spalle una platea stracolma di testimoni e protagonisti della politica cittadina e provinciale dagli anni Settanta ad oggi.
UN INCONTRO ad alto tasso emotivo, introdotto da Gianni Riotta (direttore del Sole 24 Ore) che ha rivelato un legame soggettivo, personale, con le vicende della strage: non solo la sua militanza a sinistra nel ’74, ma l’aver studiato logica e matematica sul testo di una delle vittime della strage, Alberto Trebeschi, il cui manuale venne pubblicato – postumo – dagli Editori Riuniti e prefato da Lombardo Radice.
Il confronto fra i tre big del partito (Massimo D’Alema presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza della repubblica, il Copasir, Walter Veltroni e Pierluigi Castagnetti in sostituzione dell’indisposto e applauditissimo Martinazzoli) ha offerto una riflessione sulla storia italiana del dopoguerra, sui suoi misteri e sui suoi insegnamenti, sui frutti avvelenati che ha lasciato.
IL TEOREMA su cui tutti si sono ritrovati è che la doppia fedeltà (repubblicana e atlantica) di vasti settori degli apparati dello Stato ha finito, in alcuni momenti della storia repubblicana, per utilizzare l’estremismo di destra – e non solo – per opporsi all’allargamento delle basi della democrazia italiana. Un processo che – grazie a figure come Moro e Berlinguer – si è spinto fino all’incontro fra Dc e Pci in una stagione che coincide con la fine degli anni ’70 di cui, per vie non sempre lineari, il Pd ha finito per essere (o almeno per considerarsi) erede. Accenti diversi, e non poteva essere altrimenti, sono emersi nei giudizi a proposito del livello di compromissione della Dc con quegli apparati dalla «doppia fedeltà», e sulle garanzie democratiche che poteva offrire negli anni Cinquanta e Sessanta un Pci ancora nell’orbita sovietica.
Ma il problema non è solo storico, come hanno ricordato in apertura di dibattito il segretario provinciale Piero Bisinella, il responsabile nazionale del Pd per la sicurezza Emanuele Fiano e il responsabile per la giustizia Andrea Orlando. Il problema è che la politica faccia tutto il possibile per assicurare tutti gli strumenti necessari alla giustizia prima, e alla memoria storica poi. «Il Copasir che io stesso presiedo – ha spiegato D’Alema – è figlio della riforma dei Servizi segreti fatta dal centrosinistra e rimasta incompiuta per la caduta del governo e la fine della legislatura». Nella stessa riforma – ricorda il presidente del Copasir – «è stabilito che il segreto di Stato decada dopo 30 anni. Perchè la norma divenga effettiva, però, servono decreti attuativi per creare, fra l’altro, archivi dei servizi segreti, ma anche dell’arma dei Carabinieri o dello Stato maggiore dell’esercito, per la ricerca storica e l’accertamento della verità». Tutto questo, finora, è però mancato: «Una commissione ministeriale ci ha proposto di fatto la proroga del segreto di Stato, e il comitato l’ha respinta all’unanimità».
D’ALEMA ELOGIA il recente libro sul Piano solo (autore il bresciano Mimmo Franzinelli, ndr.), ricorda che «sul rapporto fra apparati dello Stato ed eversione nera una qualche verità storica nei suoi lineamenti è uscita», ma denuncia anche «l’abuso che si continua a fare» del segreto di Stato: «Oggi – dice – il principale ostacolo è la pretesa di continuare a far vivere, in modo del tutto artificioso, il clima di scontro di civiltà, di frattura del Paese che appartiene al passato».
IL PROBLEMA insomma è l’uso che fa oggi il governo del segreto: «Nel caso Telecom, che vede un vice capo dei servizi segreti e un investigatore privato creare un’associazione per fare dossier, o nel caso di Pio Pompa e del covo di via Nazionale, altra fabbrica di dossier,il governo ha opposto il segreto di Stato. Si vuol continuare artificiosamente a tenere il Paese diviso, incoraggiando al silenzio e all’impunità gli apparati dello Stato».
Pierluigi Castagnetti ricorda a sua volta che l’ultima pronunciata su piazza Loggia è stata un’assoluzione «per insufficienza di prove» e si spinge ad affermare che «l’impianto accusatorio non è stato messo in discussione». La fa per respingere le «tesi di una collega» (la non nominata Viviana Beccalossi) a cui ricorda «le informative dei servizi segreti del Veneto che attribuivano la strage a ordinovisti del Veneto, e che sono state negate alla magistratura».
Quanto alla rilettura della guerra fredda che guarda a compromissioni della Dc, Castagnetti contrappone un «raccontiamola tutta», che significa – ad esempio – ricordare il caso dei vertici del Pci reggiano che vennero radiati dal partito per aver anteposto l’autonomia nazionale all’internazionalismo proletario.
ANCHE VELTRONI rilegge la storia italiana per dire che non bisogna rinunciare «allo sforzo di cercare la verità» Dove? «Nelle carte, che vanno messe a disposizione; negli archivi stranieri, ad esempio in Grecia, e nelle testimonianze delle persone: perchè c’è chi le bombe le ha messe e chi ne conosce i nomi». Ai democratici compete uno sforzo ulteriore: quello della memoria. «perchè parlare della memoria di queste vicende è fare un esercizio di democrazia».

Massimo Tedeschi

(Bresciaoggi dell’11.1.2011)

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