Lettera tunisina di Raja El Fani: scoperti a Bengasi mille prigionieri di Gheddafi sepolti vivi. A Tunisi Casbah in fermento…

giovedì, 24 Febbraio, 2011

Un’altra lettera tunisina. Il sommovimento visto dal sud. Da Raja El Fani

Il Sorpasso

di Raja Elfani


Diario della rivoluzione: Libia a ferro e fuoco. L’opinione mondiale considera il ventaglio difensivo dei dittatori: dopo censura e repressione, dopo la cavalleria egiziana, Gheddafi spiazza con l’opzione del bombardamento che accompagna il disegno proclamato dello schieramento. Così il terzo dittatore sconfitto sfida il proprio popolo prima di ritirarsi nel profondo sud. Il muro della paura è crollato anche per i capi, Ahmadinejad offre al mondo una spettacolare provocazione: la lenta crociera delle due navi militari dirette in Siria, una mossa creativa che guarda al consenso islamico. Ma dall’interno, la rabbia popolare è insanguinata con disprezzo, un’arroganza che viene dall’alleanza con le potenze occidentali, le quali per inorridire aspettano i solenni discorsi di uscita. I governi europei piuttosto si danno a stime ed aritmetica. C’è un ambaradam diplomatico per arbitrare lo scontento ovvero controllando l’equilibrio degli investimenti e degli accordi. Gheddafi abbandonato brandisce lo scettro migratorio rivendicandosi il potere assoluto del flusso, una piena che l’Europa non ha imparato ad accogliere come risvolto della mondializzazione. La Francia forte dello smistamento in terra italiana tenta la discriminazione frontaliera, e l’Italia di Berlusconi impara a fare affari anche con l’umanitario.

Mentre il mare è blindato in tutti e due i sensi, il sud tunisino è servito in un primo momento come riparo alla polizia libica scacciata dai rivoltosi, dopo che le milizie di Ben Ali si erano rifugiate disperdendosi oltre le frontiere clementemente aperte da Gheddafi. I cittadini tunisini e egiziani sono nel mirino della prevenzione bellica, molti sono stati rapiti o uccisi dalla polizia libica in smania di operazioni. Continua la confisca dei cellulari per scontrare le denunce via speak2tweet che passano informazioni raccapriccianti come la scoperta a Benghazi di una cella sotterranea con più di mille rinchiusi, sovversivi seppelliti vivi. Vari testimoni denunciano brutto trattamento e corruzione nelle formalità di passaggio nell’aeroporto di Tripoli. Alle frontiere con la Tunisia c’è una massiccia solidarietà per il rimpatrio per via terrestre, quelle con l’Egitto permettono la circolazione dei giornalisti. Il fuggi-fuggi degli stranieri (compresi i numerosi impiegati cinesi) è il primo impatto rivoluzionario della Libia, paese che agevola con il commercio del petrolio la tratta umana diretta verso il miraggio europeo. È anche per questo che la Libia è la vera antenna di comunicazione con l’Africa sub-sahariana ora sensibilizzata alla retorica rivoluzionaria di cui pian piano si delinea una metodologia esportabile. La comunità africana in Libia ingloba varie origini, nella confusione alcuni sono giustamente designati come mercenari (legione straniera dell’esercito libico), altri sono semplici cittadini capri espiatori degli insorti libici armati dai soldati riconvertiti.

E mentre l’Algeria stenta a reagire, la Tunisia ha ripreso l’occupazione della Kasbah, Bastiglia tunisina sgomberata violentemente due settimane fa dalla polizia ma di nuovo investita come luogo della contestazione continua. Una marcia che era partita dal campus universitario contro Ghannouchi e il governo transitorio, relativamente coordinata dai sindacati e da qualche partito rimesso in piedi, si è trasformata in fiume che scandisce nuovi slogan popolari, cori che si riecheggiano sullo slargo a seconda delle notizie che vi giungono in diretta. Nelle varie nicchie, tra tende e striscioni, si attivano pacificamente volontari e giornalisti, studenti e donne, spose e sorelle di lavoratori insorti nelle provincie ancora imprigionati, vittime spazientite dalla burocrazia del risarcimento gridono l’insoddisfazione e l’incredulità generale nella capitale. Una capitale in balia da gennaio a ogni genere di manifestazioni che bloccano l’accesso agli uffici, che intralciano la tendenza alla ripresa, vasta campagna ministeriale che convince solo la middle-class abituata al ritmo frenetico del lavoro d’azienda o di amministrazione.

La transizione democratica è gestita da una Commissione per la Riforma presieduta da Iyadh Ben Achour che rappresenta fra altri l’élite francofona (formata come Bourghiba in Europa) alle prese con la questione islamica fra cultura e religione. L’autoproclamato Consiglio per la Salvaguardia della Rivoluzione è composto dell’estrema sinistra arabista con Mestiri o Hammami (il PCOT è d’ispirazione irachena secondo il modello del Baath) che raggiungono ideologicamente e per la prima volta la tendenza conservatrice di destra di partiti come Ennahda o il più fondamentalista Hizb Ettahrir, uniti contro la neutralità laica.

Con la strumentalizzazione islamista che si invita alla corsa per il potere, lo scenario politico nazionale si modella sulle tensioni internazionali causate dalla precarietà, Madison del Wisconsin è la conferma che il problema è generalizzato. Il sismo rivoluzionario nel mondo impedisce una strutturazione meccanica della società.

In diretta dal Campidoglio tunisino: http://www.ustream.tv/channel/tunilive

http://africa.blogs.liberation.fr/diplomatie/2011/02/tunisie-egypte-libye-londe-de-choc-à-travers-lafrique.html

http://www.jeuneafrique.com/Article/ARTJAJA2615p018.xml0/securite-manifestation-mouammar-kaddafi-ahmed-ibrahimlibye-sur-qui-kaddafi-peut-il-compter.html

http://www.kapitalis.com/fokus/62-national/2824-yadh-ben-achour-planche-sur-le-systeme-politique-tunisien-de-demain.html

http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2011-02-21/luttwak-tripoli-avviera-dismissioni-170352.shtml?uuid=Aa79oHAD

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