In arrivo un mio libro sui Mille di Garibaldi. Le loro vite dopo la Spedizione del 1860

lunedì, 14 Marzo, 2011

Questa anticipazione ieri sul Corriere del mio libro “La lunga notte dei Mille” in uscita il 5 maggio da Aliberti editore. Paolo Fallai si è dedicato alla mia insania di rincorrere la vita dei garibaldini dopo la spedizione del 1860, un lavoro che però prima o poi qualcuno doveva fare. Ecco l’articolo che segnalo insieme a quello di Fabio Isman uscito sempre ieri sul Messaggero nell’inserto dedicato al 150°.

La notte dei Mille

In un libro di Paolo Brogi le storie dei volontari di Garibaldi dopo l’impresa

di PAOLO FALLAI

Non si capisce se ha prevalso lo

spirito del cronista nella ricerca storica

o l’ambizione da storico sulla

tecnica del cronista. Senza dubbio,

andare a cercare che fine hanno fatto

le mille camicie rosse di Garibaldi,

dimostra quanto Paolo Brogi sia

simpaticamente matto. Il risultato

è un libro che sta per uscire per le

edizioni Aliberti dal titolo «La lunga

notte dei Mille», con prefazione

di Gian Antonio Stella. Perché, diciamo

la verità, di libri sull’impresa

di Quarto son pieni gli scaffali: ma

dopo? Che fine hanno fatto i Mille

dopo la spedizione del 1860?

Paolo Brogi, giornalista con una

lunga esperienza a Reporter, L’Europeo

e al Corriere della Sera, è andato

a cercarli. Il risultato è che la

maggior parte di loro continuò «a

combinarne di tutti i colori». Racconta

Brogi: «Chi finì in Patagonia

e chi a Sumatra. Un gruppo di lombardi

deportato in Siberia, altri sbaragliati

in Africa, in molti gli emigrati

all’estero. Un direttore di giornale

assassinato dagli anarchici, parecchi

chiusi in manicomio, chi si

suicidò in un fiume e chi con una

rivoltellata, un ungherese ingegnere

tentò invano di realizzare grandissimi

canali, un tiratore scelto

bergamasco si ridusse a cacciar gatti

e un suo compaesano risalì l’Italia

con un teatrino di marionette».

Uno di loro, Luigi Pianciani, fu il

primo sindaco dopo la Breccia di

Porta Pia e la liberazione della città:

dal 16 novembre del 1872, e per diciotto

mesi, Pianciani fu protagonista

di scontri memorabili con il ministro

Quintino Sella. Comune contro

governo. E in particolare sull’allargamento

della città e l’urbanistica.

Tanto che sembra di sentir parlare

di ieri l’altro, invece che di 140

anni fa. Sentiamo come lo racconta

Brogi: «Pianciani, che vuole trasformare

la città da “magnifica capitale

da sagrestia” in una struttura vera

che risponda ai “bisogni della civiltà

moderna” vuole estendere concretamente

l’agglomerato urbano

oltre il Tevere e Castel Sant’Angelo,

in quella zona che si chiama “Prati

di Castello”. Punta anche al commercio

e all’industria, “grandi sorgenti

del progresso dei popoli”.

“Che cosa è Roma ora? – si chiede il

neo sindaco -. Una ricca locanda da

forestieri, essa non ha industrie,

non ha risorse…”. Pianciani elabora

il piano regolatore. Prevede nuove

costruzioni su 306 ettari per un incremento

di 150 mila abitanti. E

poi insediamenti industriali a sud a

partire da Testaccio, espansione residenziale

a est ed ovest. Prati di Castello

rientra in un piano speciale

di ampliamento». Non tutto quello

che Pianciani programmò fu realizzato.

Ma certo lui è uno degli esponenti

che meglio fa capire cosa ha

significato essere «garibaldini»: un

esercito di idealisti e bastian contrari,

dibattuto tra colonialisti e anticolonialisti,

interventisti e pacifisti,

ministerialisti e aventiniani. In una

frase, «la migliore gioventù di allora

».

L’ultimo dei Mille morì nel 1934.

Ma quanti ne ha trovati Paolo Brogi?

«La ricerca si è estesa a circa metà

deiMille, poi ne ho scelti una sessantina

per seguirli nelle loro avventure

anche se nel libro se ne nominano

duecento». E chi ti ha colpito

di più? «Edoardo Herter, medico,

trevigiano, laureato a Pavia, che

pochi anni dopo la spedizione prende

e se ne va in Patagonia a fare il

chirurgo di frontiera, insomma una

sorta di missionario laico. Su di lui

c’erano all’inizio solo due righe di

biografia, striminzita. Nel senso

che non era chiaro neanche l’anno

della morte. Il fatto più divertente è

che l’Abba nella sua Storia dei Mille

scritta a caldo lo dava per morto a

Calatafimi. Mi ha colpito – risponde

Brogi – la grande distanza che aveva

voluto mettere tra sé e il suo passato.

In realtà poi ho scoperto che

in Argentina erano emigrati anche

parecchi altri dei Mille facendo un

po’ di tutto, dal pizzicagnolo all’ingegnere

».

Ma perché nessuno storico se ne

è occupato prima? «Bella domanda.

È la stessa da cui è partita la mia ricerca.

Forse le persone intanto sono

importanti in quanto coincidono

con gli avvenimenti cui partecipano.

Poi scende evidentemente

l’oblio». Scrive Gian Antonio Stella

nella prefazione: «Brogi racconta la

grande avventura di tanti giovani

pieni di entusiasmo che vollero a

tutti i costi fare l’Italia. E che certo,

nella memoria di tutti noi, meritano

qualcosa di più che una scritta

col nome e il cognome incisa su

una lastra con un secolo e mezzo di

ritardo al molo di Quarto».

Sarà un bel matto, Paolo Brogi,

ma è grazie a queste pazzie che possiamo

non fermarci davanti alle ricostruzioni

ufficiali, non stancarci

di fare domande e cercare risposte.

Difendere la memoria del nostro

giovane Paese per cercare di immaginarne

il futuro.

© RIPRODUZIONE RISER

Corriere della sera 13.3.2011

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