Se n’è andato anche il secondo motociclista, Granado

domenica, 6 Marzo, 2011

La Poderosa, così avevano ribattezzato la moto che poi non resse al viaggio, li lasciò a piedi in  Cile. Ma poco importava a Ernesto Guevara Lynch e al suo amico Alberto Granado. Partiti da Buenos Aires erano stati in Patagonia e stavano risalendo per andare a nord. E così fecero compiendo il loro lungo viaggio del 1952.

Se ne è andato questa mattina Alberto Granado, aveva 88 anni, viveva a Miramar all’Avana con la moglie Delia e in mezzo a 15 nipoti. Era lui il biochimico di 29 anni che nel 1952 si era alternato con Guevara, più giovane di sette anni,  alla guida della vecchia Norton 500 del 1939 per fare il giro dell’America Latina e vedere un po’ di mondo.

Argentina, 1952. Partiti da Buenos Aires, i due giovani avevano attraversato Argentina e Cile, per proseguire poi verso il Perù, vedere Machu Picchu, scendere poi verso il Rio delle Amazzoni, dove imperversava la peste, visitare un lebbrosario, dividersi alla fine al termine dell’esperienza comune durata nove mesi. Granado andò in Venezuela e si mise a lavorare nel lebbrosario di Cabo Blanco, Guevara se ne tornò in Argentina per dare gli ultimi esami e laurearsi.

“Quella motocicletta ci ha permesso di andarcene in fretta. Dalla famiglia, dagli amici, dalle fidanzate. Volevamo conoscere il mondo, avere un contatto con i popoli. Ma poi ci siamo resi conto che il mondo è grande, e quel che volevamo fare era un po’ troppo. E siamo rimasti in America Latina”. Così riassumeva il tutto Granado. Nato nel 1922 a Cordoba in Argentina, laureato in Farmacologia e Scienze naturali, dal 1961 si era trasferito a Cuba dove aveva fondato la Scuola medica di Santiago. Gioviale, simpatico, alter ego dissacrante del Che, di Granado resta il ritratto cinematografico tracciato nel film “I diari della motocicletta” del brasiliano Walter Salles (Oscar nel 2005), oltre che nel documentario “In viaggio con il Che” di Gianni Minà.

Ha lasciato detto di farsi cremare e di spargere le ceneri in tre paesi: Cuba, Argentina e Venezuela.

Sopra, ancora a Buenos Aires, qui sul Rio delle Amazzoni

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