Chernobyl, 25 anni fa, disastro scoperto per caso dagli svedesi. I morti. E la prima visita ufficiale

lunedì, 25 Aprile, 2011

26 aprile 1986; Chernobyl. Oggi sappiamo che la catastrofe atomica avvenne il 26 aprile, allora non fu così. L’incidente fu scoperto il 30 aprile dai tecnici svedesi di una centrale nucleare: operai all’ingresso del turno di lavoro erano risultati contaminati. Scattò subito l’allarme, la centrale era però innocente. Fu così che il governo svedese chiedendo conto al vicino russo fece ufficializzare l’incidente. Che fino a quel momento era stato tenuto segreto.

Qui di seguito pubblico due contributi, uno dell’AdnKronos sulle stime delle vittime del disastro. L’altro è il resoconto dell’inviato del Sole 24 ore a Chernobyl nella prima visita ufficiale al sito tuttora contaminato, a 25 anni dalla catastrofe, il 10 marzo scorso (curiosamente un giorno prima che scoppiasse Fukushima).

I fautori del nucleare  si leggano le rapide descrizioni sulle fasce di separazione delle  foreste per evitare che eventuali incendi rimettano in circolazione tutto il cesio depositato lì. Ecco i due articoli, A proposito del prino osservo solo che la malafede internazionale ci ha privato finora di screening affidabili sulle malattie tumorali. Per dirne una: ricordo che a fine anni ’80 la Asl di Bolzano pubblicò dati molto allarmanti sui linfomi in Alto Adige (zona notoriamente co,pita da un a delle lingue della nube radioattiva di Chernobyl). C’0era un evidente picco di casi. Poi non se ne è più sapouto nulla…

Roma, 22 apr. – (Adnkronos) – Un quarto di secolo dopo gli esperti ancora non sono d’accordo su quante persone siano state uccise nel disastro di Chernobyl. Due persone sono morte subito dopo lo scoppio nella centrale nucleare in Ucraina, il 26 aprile 1986. Altri 29 sono morti in ospedale nei giorni successivi. Ma l’impatto a lungo termine delle radiazioni si e’ rivelato piu’ difficile da quantificare.

Due decenni fa John Gittus della Royal Academy of Engineering aveva detto al governo del Regno Unito che alla fine si sarebbero potute contare circa 10.000 vittime, ma oggi qualcuno – in particolare i gruppi ambientalisti – sostiene che per il conteggio dei morti occorrono numeri di ben sei cifre.

“Le sole morti che sono state stabilite con certezza sono le 28 vittime della sindrome acuta da radiazioni e i 15 casi di cancro pediatrico della tiroide“, afferma Wade Allison dell’Universita’ di Oxford (Gb) al ‘New Scientist’.

Ma l’opinione piu’ diffusa attribuisce al disastro decine di migliaia di vittime. Secondo il fisico ambientale Jim Smith dell’Universita’ di Portsmouth (Gb), uno studio del 2006 firmato da Elisabeth Cardis del Centro internazionale di ricerca sul cancro di Lione, in Francia, prevede che entro il 2065 Chernobyl avra’ causato circa 16.000 casi di cancro alla tiroide e 25.000 casi di differenti tipi di tumore. Sembra che, a complicare le cose per i ricercatori, sia anche l’estensione del raggio d’azione dei danni.

“La confusione e’ sorta sulle popolazioni considerate nei vari calcoli: l’ex Unione sovietica, l’Europa o il mondo”, afferma Richard Wakeford del Dalton Nuclear Institute presso l’Universita’ di Manchester, che evidenzia: “C’e’ ancora una sorprendente quantita’ di incertezze“. In ogni caso, mentre in Giappone la battaglia per stabilizzare i reattori di Fukushima continua, in Ucraina le conseguenze del disastro di Chernobyl ancora si fanno sentire.

Anche se, secondo un recente articolo su ‘Nature’ forte di un’inchiesta ‘in loco’, proprio da Chernobyl possono arrivare importanti lezioni per il Giappone, alle prese con la sua piu’ importante crisi nucleare dopo la Seconda Guerra mondiale.

Infatti, sarebbe stato proprio un mix tra mancanza di fondi e di attenzione da parte della comunita’ internazionale a far si’ che oggi gli studi sugli effetti a lungo termine del disastro nucleare per la salute nell’area colpita siano “in fase di stallo”. E perfino l’opera essenziale per rendere i reattori sicuri e ripulire la zona procedono a rilento. Ancora oggi uno staff di 3.500 operatori lavora nell’impianto e nella zona limitrofa, off-limits, per monitorare, sorvegliare e ripulire il sito. Un lavoro che proseguira’ fino al 2065.

Analizzando i dati disponibili e facendo un bilancio della situazione, l’indagine conclude che la piu’ importante lezione che arriva da Chernobyl e’ che un incidente nucleare continuera’ a lasciare tracce in una regione per decenni dopo il raffreddamento del reattore.

L’ambasciatore Heorhii Chenrniavskiy, invervistato dall’Adnkronos non ha però dubbi: “L’Ucraina non ha rifiutato il nucleare“. Le centrali, nel Paese, sono cinque e in quella di Khmelnitski e’ in costruzione un nuovo reattore: “Teniamo conto di quanto e’ successo a Chernobyl, certo, ma un’alternativa conveniente al nucleare, non c’e’“.

Chenrniavskiy, che e’ ambasciatore a Roma da cinque anni, ringrazia la comunita’ internazionale, in questi giorni riunita a Kiev per una conferenza sul nucleare, che ha finora promesso 575 milioni di euro per la costruzione del nuovo sarcofago che dovra’ coprire il reattore 4 della centrale di Cernobyl. “l’Ucraina ringrazia tutti i Paesi che ci stanno aiutando“. Il 26 aprile, inoltre, una seduta dell’Assemblea generale dell’Onu, sara’ dedicata proprio al ricordo di Cernobyl.

Per rimpiazzare il vecchio sarcofago, costruito dopo l’incidente e progettato per durare 10 anni, serviranno in tutto 740 milioni di euro. In questo sforzo, spiega l’ambasciatore con lieve imbarazzo, “l’Italia ancora non ha dichiarato quanto donera'”. A Roma, comunque, l’ambasciata Ucraina ha in mente di organizzare , probabilmente il 30 aprile, un evento per ricordare la tragedia.

Il diplomatico preferisce poi non commentare la decisione del governo italiano di abbandonare i progetti di ritorno al nucleare, presa nei giorni scorsi, alla luce dell’incidente di Fukushima, anche se, ipotizza, “non sembra una decisione definitiva”.

Tornando al ricordo di Cernobyl e alle conseguenze dell’incidente, che ancora oggi, e a lungo, si faranno sentire, Chenrniavskiy respinge le accuse lanciate da alcune associazioni ambientaliste, secondo le quali le autorita’ ucraine, per effetto della crisi economica, avrebbero sospeso i controlli che dal 1986 venivano sistematicamente effettuati sui prodotti agricoli. “Non e’ vero, ci sono controlli in ogni mercato in Ucraina, specialmente sui funghi”.

Esagerate, secondo l’ambasciatore, anche le notizie sulle proteste dei cosiddetti “liquidatori”. Gli operai che a centinaia di migliaia (ne furono impiegati 600mila per contenere l’emergenza dopo l’esplosione del reattore) lamentano di non avere ancora ricevuto un’adeguata ricompensa, ne’ soldi sufficienti per far fronte alle spese mediche che devono sostenere per le conseguenze delle radiazioni. “Il governo manterra’ i suoi impegni”.

Reportage / Viaggio nel cuore di Cernobyl 25 anni dopo la catastrofe nucleare

dall’inviato Jacopo Giliberto

Questa è la cronaca della prima visita ufficiale di giornalisti a Cernòbyl, 25 anni dopo la catastrofe nucleare. Da allora nessun giornalista è potuto entrare nel sarcofago della centrale, se non per astuzia. La visita è stata organizzata dalla Commissione Ue di Bruxelles e dalla Bers, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo.

10 marzo 2011

Kiev, ore 7 del mattino, radioattività 0,18.
Viale Hresciatik, la strada principale ed elegante della città. I marciapiedi sono stati spazzati dalla neve. Nei negozi di lusso – l’Italia piace anche qui – si vendono vini italiani, ma si vende vino rosso, della Crimea, anche nei piccoli chioschi (kiock) delle strade: la medicina popolare ucraina, leggenda moderna che non si sa da dove nasca, dice che il vino rosso previene gli effetti della radioattività. “Come quella volta: ci dissero di bere vodka”, ricorda una donna. La vodka, rimedio delle campagne e delle mense operaie contro tutto; vodka contro influenza, foruncoli, scabbia e vodka contro il cancro alla tiroide da contaminazione radioattiva.
Si passa il Dnepr gelato, con la gente che scava i buchi nel ghiaccio per catturare qualche carpa affamata.

Statale verso nord, ore 7,45, radioattività 0,14.
Nevica leggero. Per circa 160 chilometri boschi di betulle spoglie, case, qualche fabbrica, sterpaglie, campi duri di gelo. La temperatura è tra i meno 6 e i meno 10. È la strada per Cernobyl, verso il confine con la Bielorussia.
Clima grigio chiaro, neve grigia dura a terra, automobili sporche del fango salato e grigio sparso sulle strade, cemento grigio, cielo basso e opprimente.
“Era grigio anche il sole, in quei giorni d’aprile. Un fenomeno stranissimo, non avevamo mai visto prima il sole grigio, né l’avremmo più visto dopo”.
In mezzo alla campagna c’è un posto di blocco. I gabbiotti dei poliziotti, i cartelli di pericolo, una sbarra taglia la strada.
È l’ingresso alla zona di esclusione.
C’è il controllo dei documenti.

Limite della zona di esclusione, ore 9, radioattività 0,23.
Attorno ci sono le baracche dei poliziotti, le sbarre che chiudono la strada, qualche transenna mobile, i cartelli di pericolo radioattività, un cane da guardia accucciato nella neve, la strada coperta di neve. Più lontano, ancora betulle, sterpaglie, rettangoli di campi che saranno coltivati quando tornerà la bella stagione.
Volòdimir Holòscia è l’ingegnere che comanda tutta la zona di esclusione di Cernòbyl. Quando era un cittadino dell’Urss si chiamava Vladìmir, ma oggi è ucraino e si chiama Volodimir. Però parla russo, non ucraino.
Dice Holoscia: «La zona di esclusione è un’area inaccessibile di 25 chilometri quadri. Prima della catastrofe qui abitavano 116mila persone, 96mila furono trasferite altrove».
Attenzione, quando Holoscia dice “catastrofe” c’è un’ambiguità semantica. Nella lingua russa la parola “catastròfa” significa anche catastrofe, come in italiano, ma significa soprattutto incidente, anche un incidente d’auto (“avtomobìlnaia catastròfa”).
Dopo il trasloco di 25 anni fa, 3mila di loro tornarono alle loro case, ma ripartirono.
Degli abitanti originali, nella zona di esclusione ne vivono ancora 250, ma è vietato abitare (se non per motivi accertati) e lo dice la legge ucraina perché non è possibile garantire standard di qualità ambientale. Abitano anche altre persone, solamente con permessi speciali.

Attraversando la zona di esclusione, ore 9,15, radioattività 0,30.
Le coltivazioni che c’erano 25 anni fa sono state abbandonate; vi crescono sterpi e boscaglie basse. I boschi di betulle e abeti sono intersecati da larghe abbattute, che servono a tagliare gli incendi. Non deve bruciare la foresta di cesio e di torio, perché il fumo porterebbe gli elementi radioattivi a spasso per questa fetta di mondo. Ci sono i sensori antincendio; in caso in cui non fosse controllabile il fuoco, questi tagli che dividono i boschi in settori servono a limitarne l’espansione.
Ogni tanto a bordo della strada ci sono case abbandonate e in rovina, piccole fabbriche con tramogge e capannoni e silos ormai rugginosi, tetti crollati.
L’unica animazione è nella borgata di Cernòbyl, 2.500 persone a un paio di chilometri dalla centrale. Una chiesa, qualche casermone, qualche negozio.
Oggi attorno alla centrale lavorano 3.300 persone. I ruspisti che fanno gli sbancamenti di terreni contaminati, i medici per i controlli, i poliziotti, gli addetti alla manutenzione, gli impiegati.
Nell’avvicinarsi al cadavere della centrale, le sequenze di tralicci dell’alta tensione sono sempre più frequenti. Vanno tutti dalla stessa parte, come raggi verso il centro, verso la stazione elettrica di trasformazione adiacente alla centrale.

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