Il procuratore Ingroia: non è comodo accusare la mafia per Rostagno, lo è stato invece sostenere il delitto fra amici

sabato, 16 Aprile, 2011

Riprendo da Antonio Ingroia la parte del suo intervento sui “Quaderni dell’Ora” in cui risponde punto su punto alle critiche avanzate sul rinvio a giudizio di Virga e Mazzara per l’omicidio di Mauro Rostagno. Dice il Procuratore aggiunto di Palermo:

A proposito di diritto di replica, approfitto per rivendicare tale mio

diritto anche in relazione aI recente articolo a doppia firma di Giuseppe

Lo Bianco e Sandra Rizza che ha aperto Io scorso numero di

questi Quaderni. Due giornalisti bravi e valorosi, che però stavolta –

mi spiace dirlo – pur nell’apprezzabile intento di dare conto delle

molteplici causali sottese all’omicidio, finiscono – a mio parere – per

dare una lettura un po’ forzata della vicenda giudiziaria. Quindi, ritengo

doveroso dire qualcosa esercitando il mio diritto di replica, pur nei ristretti

limiti di quel che un magistrato può dire in relazione ad un procedimento

penale ancora in corso, ma in riferimento aI dovere di informazione verso

l’opinione pubblica, altrimenti frastornata.

Difendo, ovviamente, anche il diritto di cronaca e di critica di Lo

Bianco e Rizza, ma non posso non precisare alcuni “eccessi espressivi”,

che rischiano di trasformarsi in informazioni fuorvianti, o – peggio – offensive.

I fatti. Un conto è dire che Ia pista mafiosa non esaurisce il contesto

del delitto Rostagno perché sono emersi elementi indicatori di altri

mandanti, di altri interessi convergenti con quelli mafiosi ad eliminare

Rostagno, ben altra cosa è dire che la pista mafiosa è “la più comoda”

delle soluzioni giudiziarie, che perciò piace a “molti”, mettendo

fra quei “molti” un po’ di tutto, dagli ex-indagati pienamente

prosciolti come Chicca Roveri, agli ex-tossici della comunità Saman,

fino agli ex-compagni di Rostagno di Lotta Continua, rappresentati

come artefici di una congiura del silenzio che avrebbe messo la pietra

tombale sulla verità del delitto Rostagno, finendo per farne apparire

complice di fatto Ia Procura di Palermo che sulla pista mafiosa

ha costruito il processo appena iniziato davanti alla Corte d’Assise

di Trapani. Perché, così dicendo ed alludendo, il rischio è che un lettore,

un po’ frastornato, potrebbe pensare che la Procura di Palermo

ha accreditato Ia pista mafiosa, e ne ha archiviato altre, come quella

“politica”, interna a Lotta Continua, o comunque collegata all’omicidio

Calabresi, non perché riteneva quest’ultima infondata, almeno fino

a prova contraria, così come si è rivelata, ma per assecondare ciò

che piaceva a quei “molti”, per cercare e consacrare – insomma – la

soluzione più comoda.

Eh no! D’accordo, col diritto di cronaca e di critica, ma mi pare vagamente

offensivo attribuire alla Procura di Palermo, specie a questa

Procura di Palermo, e direi alla mia persona che segue da ormai

quindici anni questa indagine, I’intenzione programmatica di perseguire

soluzioni giudiziarie comode e facili. Mi pare infondato nei

miei confronti (basterebbe guardare la storia dei procedimenti penali

da me condotti) ed infondato nello specifico. Perché non è affatto comodo

e facile accusare la mafia di avere ucciso Rostagno. È vero il

contrario. Era facile e comodo sostenere che quello di Rostagno era

un delitto fra amici, dentro una storia di drogati. Era facile e comodo

dire che Rostagno non aveva mai dato fastidio ad alcun mafioso e

potente locale, come si sostenne originariamente da alcuni inquirenti

che imboccarono Ia “pista interna”, quella dei “drogati”, così finendo

per deviare Ie indagini depistandole, si vedrà se per ragioni del

tutto “innocenti”. Così come era stato facile e comodo accusare Peppino

Impastato di essere un terrorista malaccorto, anziché un nemico

della mafia.

L’unico depistaggio, l’unica deviazione, I’unico insabbiamento riuscito

per anni è stato quello che ha riguardato la figura di Rostagno,

inserendola in una “storia minore”, in una vicenda tutta interna alla

sua comunità. E spiace che giornalisti così bravi e documentati, e curiosi

delle verità più scomode come sempre sono stati Lo Bianco e

Rizza, siano incorsi in un infortunio simile. Anche perché se è vero

che sono stati i mafiosi a sparare come si sostiene anche nello stesso

articolo (ma sarà la Corte d’Assise di Trapani a stabilirlo), la mafia

non “è un service che spara anche su ordinazione”. E iI solito equivoco

sul cosiddetto “terzo” o “quarto” livello sovraordinato alla mafia

che ogni tanto ricompare, ma che è distante dalla realtà della mafia,

che uccide anche per altri interessi solo quando ha anche un suo

diretto interesse, mai soltanto su ordine di altri. Ecco perché l’indagine

continua alla ricerca anche degli interessi convergenti con Ia

mafia, ma senza soluzioni comode o scorciatoie.

In conclusione, non è vero che questa “non è Ia storia dei Cento

Passi in versione trapanese”, che ” non è iI bavaglio imposto col

piombo ad un giornalista scomodo che enunciava verità scottanti”

perché il delitto sarebbe ” qualcosa di diverso”. Non è vero perché

Rostagno era effettivamente un giornalista scomodo, che denunciava

verità scottanti, e perché ci sono forti analogie invece col caso di

Peppino Impastato. La verità è che questa è una storia complessa, come

Io è anche quella di Impastato. E non è un caso che esiste un’indagine-

stralcio sugli altri contesti, compatibili con la pista mafiosa,

ove può essere maturato I’omicidio Rostagno, così come esiste anche

sul delitto di Peppino Impastato. Come si vede, le due storie si assomigliano

più di quanto non si creda. Storia di mafia, ma non solo di

mafia. Però di mafia, sì… E i depistaggi, in tutte e due i casi, furono

quelli di coloro i quali Ia mafia cercarono di non vederla, anzi addirittura

di cancellarla. Per cancellare la memoria di quello che Rostagno

e Impastato avevano fatto. E anche questo è diritto di replica.

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