Informazioni che faticano a trovare spazio

Ventidue anni per arrivare a questo processo. E ora eccoci qui. La giornata in cui Chicca ha potuto finalmente parlare di Mauro e dei suoi nemici

“Delitto Rostagno: parla Chicca Roveri. Ecco Mauro, il mio compagno “. Di Rino Giacalone. «Mauro era il mio compagno, lo è stato per 17 anni e io sarei la sua compagna ancora oggi se non fosse morto» (nella foto Chicca con la figlia Maddalena sulle spalle a una manifestazione degli anni ’70 a Roma).

È cominciata così la deposizione davanti alla Corte di Assise di Trapani di Chicca Roveri, la compagna di Mauro Rostagno, il sociologo e giornalista ucciso a Lenzi di Valderice il 26 settembre del 1988. Ed è cominciata così non a caso: durante le precedenti udienze erano uscite vicende «personali» raccontate in modo tale che non facevano molto onore, nè a lei nè a Rostagno. Ed allora a scanso di equivoci, per sgombrare il campo che il delitto poteva essere stato originato da questione di «corna», ipotesi che gira ogni volta che la mafia commette un delitto in Sicilia, così che alla fine finisce con l’uccidere due, tre, quattro volte, Chicca Roveri ha voluto confermare che le storie personali fuori dal loro rapporto le hanno avute entrambi, perchè «si era deciso di vivere in piena libertà, ma la nostra vita veniva condotta come se fossimo stati marito e moglie». Le ragioni del delitto insomma cercatele altrove, verso dove le ha indicate la Procura di Palermo, e cioè in direzione di Cosa nostra.

Ci sono voluti 22 anni per arrivare al processo. Le udienze fin qui tenute hanno fatto emergere indagini malfatte, depistaggi, l’ombra dei servizi quando l’inchiesta sotto la guida del procuratore Garofalo a Trapani cominciò a toccare «fili scoperti». Ma per arrivare all’ipotesi del delitto di mafia si è dovuto attendere il 1998 con il trasferimento degli atti a Palermo, Procura antimafia, e poi il 2008 con le indagini della Squadra Mobile di Trapani quando l’inchiesta stava per andare in archivio. Lei, Chicca Roveri, in questo periodo conobbe anche l’arresto, accusata, prosicolta e archiviata, dall’accusa di favoreggiamento. Una donne forte, lo ha dimostrato ieri davanti ai giudici quando ha chiesto, lei, scusa ad un certo punto, perchè la foga del parlare l’aveva portato a dare del «cretino» a chi aveva indagato nella direzione sbagliata. Lei che forse le scuse dovrebbe riceverle ogni giorno per quello che le è toccato subire. Tanti anni di indagini inutili per arrivare a quel punto di partenza, il delitto di mafia del quale si aveva precisa contezza sin da quella sera del settembre 1988: «Debbo pensare due cose: o in queste indagini c’è stato un concentrato di cretini, oppure un continuo tentativo di non arrivare mai alla verità». La Roveri ha poi definito «come un allontanamento voluto dalla verità», il tentativo dell’avvocato Luigi Ligotti (parte civile nel processo per l’uccisione del commissario Calabresi) di addossare a Lotta continua la responsabilità dell’omicidio Rostagno. Li Gotti fece quest’affermazione durante un’udienza del processo Calabresi. «Mi chiedo come mai un avvocato di Milano – ha detto la Roveri – fosse in possesso di notizie che dovevano essere coperte da segreto istruttorio».

Una deposizione che non è finita e proseguirà il 20 aprile. Ha parlato del lavoro di Mauro, come giornalista, le denunce contro la mafia, la droga, il malaffare: «Un giorno esordì in un editoriale in questo modo – ha ricordato – qualche mio caro amico mi ha consgliato di abbassare i toni perchè questo lavoro rischia di fare male alla Sicilia e alla comunità, io continuo a pensare e a dire che la migliore pubblicità che si può fare alla Sicilia è quella di affermare che la mafia va abbattuta».

E poi la storia della cassetta tv con registrate le riprese di un traffico di armi sulla pista di un aeroporto ufficialmente inattivo dal 1954, alle porte di Trapani. «Sapevo che lui teneva una cassetta audio dove registrava le telefonate da quando riceveva minacce telefoniche». Di questa cassetta ne parlò Sergio Di Cori uno che nel ’96 dopo il mio arresto si presentò come amico di Mauro, «ma io mai lo avevo nè visto nè sentito dire. per telefono mi disse che sapeva chi aveva ucciso Mauro, io penso che se c’è qualcuno che sa di un delitto lo viene a raccontare subito e non aspetta otto anni. In quella occasione il suo racconto ogni volta che lo esprimeva si coloriva sempre di più, parlava male di Napolitano, diceva che Veltroni e Berlusconi erano d’accordo, non ci sembrò credibile».

Di cosa si occupò in ultimo Rostagno? «Di un grosso scandalo a Marsala, c’entrava il Psi che lì aveva la roccaforte. Ricordo che Cardella parlò a Martelli dopo il delitto, e questi gli disse che i socialisti non c’entravano, “ladri si ma assassini no”, così gli avrebbe risposto».

E la sera del delitto? «Corsi verso l’auto e mi sono seduta quasi in braccio a Mauro, era già morto, ma gli parlai lo stesso».

Il pm Gaetano Paci ha prodotto ieri un rapporto dei carabinieri dello scorso 6 aprile che hanno documentato e descritto quanto c’è nei loro archivi degli atti inerenti Mauro Rostagno e la sua attività giornalistica. Sono stati trovati verbali di sommarie informazioni resi da Rostagno relativi allo scandalo della loggia massonica coperta Iside 2. Il pm Paci ha confermato che alcuni verbali in effetti non erano mai stati depositati nel fascicolo processuale, perchè non trasmessi dai carabinieri. Sono gli atti formati dall’allora brigadiere Cannas (oggi luogotenente e comandante della stazione di Buseto) che quando è stato sentito come teste nel processo non se ne era ricordarto rispondendo alle domande della Corte e delle parti. Anche il suo ex comandante, l’odierno generale Nazareno Montanti, si era dimenticato rispondendo ai giudici di un suo rapporto del 22 giugno 1987 a proposito della loggia Iside 2 e di presenze del gran maestro della P2 Licio Gelli a Trapani. Prende forma la realtà trapanese di quegli anni. Quella che Rostagno aveva percepito e per la quale forse è stato ucciso dalla mafia, per avere intuito molti segreti.

Il presidente della Corte, giudice Angelo Pellino, ha chiesto di avere conoscenza dei verbali di restituzione della borsa di Rostagno, quelli relativi al repertamento dei pezzi di fucile trovati sulla scena del delitto, dei verbali di acquisizione delle cassette presso l’emittente Rtc.

Ad apertura di udienza l’avv. Galluffo ha tenuto a precisare di non avere sollevato alcuna denuncia a proposito di mancato deposito di atti. Il «caso» riguardava i faldoni (17 in tutto) dell’inchiesta denominata «Codice Rosso» (la pista interna finita archiviata), il pm Francesco Del Bene ha assicurato che i faldoni sono a disposizione delle parti, mai spariti. «I documenti ci sono – ha detto – basta cercarli che si trovano».

Intanto una novità arriva dagli Usa, ma riguarda il ricordo. Cosimo Cristina, Giovanni Spampinato, Peppino Impastato e Mauro Rostagno: i nomi di questi quattro giornalisti uccisi in Sicilia dalla mafia negli ultimi decenni sono stati aggiunti al «Journalist Memorial» del Newseum di Washington insieme a quelli di 59 giornalisti uccisi in vari Paesi nel 2010 mentre svolgevano il loro lavoro di cronisti. Lo ha reso noto l’osservatorio «Ossigeno per l’Informazione».

Sono stati aggiunti, oltre ai quattro italiani, anche i nomi di altri 14 giornalisti che hanno perso la vita per ragioni legate al loro lavoro negli anni scorsi. Il «Journalist Memorial» del Newseum, inaugurato nel 2008, contiene adesso 2.084 nomi. Il prossimo 16 maggio, la lista aggiornata sarà presentata a Washington in una cerimonia ufficiale al Newseum.

Il «caso» ha voluto che la notizia sia diventata di dominio pubblico nella giornata forse più tesa del processo per il delitto Rostagno, da quando il dibattimento è coninciato davanti alla Corte di Assise di Trapani. La deposizione di Chicca Rover ha suscitato continua emozione in chi l’ha ascoltata. «Per la prima volta – hadetto – mi viene offerta la possibilità di dire ciò che ho visto. La sera del delitto (26 settembre 1988 ndr) sono stata per tre ore nella caserma dei carabinieri di Napola (territorialmente competente rispetto al luogo del delitto, Lenzi di Valderice ndr), senza che nessuno mi rivolgesse alcuna domanda. Mi sono chiesta quale fosse il senso della mia presenza in caserma. Pensavo che mi avevano chiamato a fare la “bella statuina”».

La donna ha anche parlato di un «incontro informale» con l’allora procuratore capo di Trapani, Antonio Coci, «che non verbalizzò nulla – ha spiegato la Roveri – e mi chiese di non parlare con nessuno del nostro appuntamento, perchè sarebbe stato pericoloso per la sua e per la mia incolumità».

All’incontro, secondo la Roveri, era presente il sottufficiale dei carabinieri, Beniamino Cannas, che è stato sentito come teste nelle scorse udienze, ma non ha riferito questo episodio. Così come Cannas fu presente tempo dopo in altra occasione quando la Roveri fu sentita dall’allora procuratore Sergio Lari e dal pm Massimo Palmeri. Il pm Paci ha chiesto di ascoltare nuovamente Cannas in una delle prossime udienze.

Toccante è stata la parte del racconto di Chicca Roveri sull’ultimo periodo di vita di Mauro Rostagno. «È come se nelle parole che lui ci diceva o pronunciava in tv voleva che si percepisse l’esistenza di altre parole, che voleva dire altro. Ci concedemmo una vacanza, noi che non potevamo, in una casa di saman, alcuni giorni per stare da soli, e quella volta mi disse che lui “non aveva paura di morire”. Voleva forse dirmi qualcosa. Così come – ha proseguito – negli ultimi periodi mi faceva continui regali, portava Maddalena a cena fuori, come se volesse che la sua presenza tra di noi fosse consolidata, stava lasciandoci il suo segno dico oggi con il senno di poi»

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