Lenzi, s’intitola la strada a Mauro Rostagno, uno studente spiega chi era (e Giuseppe ci racconta la scena)

domenica, 8 Maggio, 2011

Intervento di Sandro Tosto (trapanese, diciannove anni ,studente di giurisprudenza) letto il 7 maggio per l’intitolazione della strada e per la stele dedicata a Mauro:

Oggi siamo qui per fare memoria, per ricordare un nostro concittadino ucciso dalla mafia.
Questa però non deve essere considerata come una di quelle commemorazioni retoriche che purtroppo spesso si fanno solo perché si sente il dovere di farla, questa è una commemorazione fortemente sentita dalla comunità, è giusto dedicare un simbolo ad un personaggio come Mauro, un simbolo che per quanto possa sembrare “comune” e tipico di chi ha sacrificato la propria vita per il bene della comunità è giusto che ci sia. Una commemorazione dove la presenza di noi giovani è cosa importante e fondamentale, siamo qui per ricordare Mauro in maniera semplice, come lo era la sua persona.
Ma chi era Mauro? Ogni qualvolta si parli di Mauro, ogni qualvolta qui nel trapanese si racconti dell’uomo Rostagno, ciò che balza nella memoria dei nostri genitori, dei nostri familiari, di coloro che hanno avuto la possibilità di ascoltarlo, è il Mauro “giornalista”. Un “giornalista” molto particolare, uno di quelli che non si era mai visto nelle nostre tv locali, uno di quelli che sapeva trasmetterti curiosità, sapeva far incollare davanti allo schermo anche coloro che si trovavano infastiditi dal suo modo di fare giornalismo. Ecco, Mauro viene sempre ricordato come il giornalista che parlava senza farsi condizionare, colui che non temeva il potere e che riusciva a catturare l’attenzione sulle cose che non andavano nel nostro territorio, viene ricordato come uno che desse fastidio ad un qualcosa che fino a quel momento sembrava non esistere a Trapani, ovvero “Cosa Nostra”: “mafia e droga, droga e mafia”.
Mauro in realtà era un ribelle, un ribelle non violento, era un uomo libero, uno di quelli che non avrebbe mai accettato alcun compromesso. Mauro fin da ragazzo preferiva schierarsi dalla parte dei meno ricchi, dei più deboli, lui lo definiva un dovere costituzionale.
Trascorsa la sua gioventù invece di cercare la strada più piacevole, la strada più facile, pur avendone la possibilità decide di intraprendere un percorso diverso, uno di quei percorsi tipici di Mauro, del suo modo di fare, del suo essere “ribelle”.
Mauro decide di trasferirsi qui a Trapani, lui che in passato c’era già stato in Sicilia, più precisamente a Palermo, si era innamorato di questa terra, nonostante fosse nato a Torino lui considerava la nostra terra come un qualcosa di meraviglioso, diceva così:”Mi piace la politica, i siciliani, le siciliane, il mare, lo scirocco… Mi piace l’odore di zagara e quello del gelsomino, i tramonti, le albe…”.
Qui fonda la comunità “Saman” che significa letteralmente “canzone”, una comunità che presto divenne centro di accoglienza. Un giorno infatti a “Saman” portarono un tossicodipendente e naturalmente Mauro lo accolse, fu così che Saman divenne un centro di recupero, lo scopo era quello di ridare il senso della vita e la sua bellezza a tutti quegli uomini e a tutte quelle donne che lo avevano perso.
Mauro credeva nella società, ed amando la sua terra non poteva chiudere gli occhi, rimanere in silenzio sulle cose che non andavano, credeva nello Stato, non come un ente astratto, come un qualcosa che non ci riguardasse, lontano da tutti noi, per Mauro lo Stato erano i cittadini, e di conseguenza per far si che questo funzionasse in maniera adeguata era necessario eliminare le organizzazioni criminali, che invece attraverso i loro loschi affari rappresentavano un ostacolo, anzi, un vero e proprio macigno allo sviluppo del territorio. Ecco che allora decide di dedicarsi al giornalismo, non tanto perché fosse la sua professione naturale, ma perché Mauro ben sapeva che le notizie dette in pubblico, le notizie dette in tv, assumono un “rumore” ed una dimensione diversa rispetto a quella del privato; l’informazione e la tv come strumento per scuotere le coscienze, creare una sorta di risveglio nei cittadini ormai assuefatti a certi modi ed a certe condizioni sociali.
Mauro inizia a denunciare pubblicamente tutto ciò che non andava, dai rifiuti che non venivano smaltiti in maniera adeguata, agli affari di palazzo e quindi alle collusioni che si venivano a creare tra politici e mafiosi.
La strategia del “ribelle non violento” sembra funzionare, sempre più trapanesi iniziano a seguire il notiziario di RTC ormai divenuto il notiziario di Mauro Rostagno, sempre più gente prende coscienza e coraggio nel denunciare i problemi del nostro territorio, la fila di persone nello studio di RTC divenne sempre maggiore…
Mauro divenne uno di quei personaggi scomodi, uno di quelli che non si faceva i fatti suoi, era uno di quelli che non si atteneva al famoso “nenti vitti, nentisacciu e nentiricu”. Insomma rompeva le scatole, non temeva nessuno. Proprio per questo, come da copione, come da tradizione, cosa nostra inviò le prime minacce, le prime intimidazioni, insomma i soliti meccanismi che servono a constatare se ci si trova davanti ad una persona che alla prima minaccia fa ritirata…Oppure davanti a qualcuno che non ha intenzione di abbandonare il proprio percorso o meglio le cose in cui crede. Si, perché a noi non piace ricordare persone come Mauro, persone che sono state uccise dalla mafia, con la definizione di “eroi”; innanzitutto perché non crediamo proprio che loro avrebbero accettato una tale definizione, e poi perché con “eroe” si intende qualcosa di irraggiungibile, qualcuno che è lontano da noi, un qualcuno talmente “grande” che al solo pensiero ci fa pensare: “Va bè! Ma quello era un eroe, insomma non posso essere come lui, cioè non ho le capacità…”. Invece no! Non è così! Persone come Mauro erano delle persone semplici, delle persone che credevano in cose semplici, quali la giustizia, l’uguaglianza, l’onestà, la legalità. Non sono cose impossibili, sono delle cose che dovrebbero essere alla base del nostro vivere civile, se tutti noi ci comportassimo in questo modo, non avremmo modo di lamentarci delle ingiustizie e delle cose che non vanno, delle cose che ci infastidiscono e che non sopportiamo. Uomini come Mauro hanno creduto in questi principi e gli sono rimasti fedeli fino alla fine. Ciò non significa che per essere onesti bisogna sacrificarsi, ma significa che ognuno di noi è tenuto a compiere il proprio dovere, senza farsi condizionare dal facile affarismo, dalla scorciatoia, perché alla fine è come ottenere un qualcosa che magari ci spetterebbe di diritto; insomma è facile una volta scesi a compromessi essere ricattati, rimanere intrappolati nella ragnatela che sicuramente segnerà a vita.
Noi crediamo che fare memoria non significhi solamente dedicare un simbolo al sacrificio di una persona. La memoria deve continuare, anzi, deve essere più forte soprattutto quando termina la cerimonia, memoria va fatta quotidianamente cercando la verità, è necessario fare luce su ciò che di marcio si cela dietro l’uccisione di Mauro. Finalmente dopo quasi 23 anni c’è un processo in corso, dal quale sono già emersi gli errori, le cose non fatte, i depistaggi, che hanno portato ad una perdita di tempo prezioso. Il processo, inoltre, comincia a raccontarci le inchieste di Mauro, quelle inchieste che sono una radiografia del potere, dei rapporti tra mafia, politica, pubblica amministrazione ed affari regolati all’interno di logge massoniche deviate. Inchieste che disvelano i meccanismi del potere, quello di ieri e quello di oggi. Queste sono le ragioni per cui Mauro è stato ucciso, e noi siciliani, noi trapanesi, lo abbiamo sempre saputo.
Per onorare Mauro nel modo migliore bisogna portare fuori la verità, non solo quella processuale, ma anche e soprattutto una verità storica e politica, una verità che permetta di capire gli scenari nei quali questo delitto è maturato, perché è necessario che tutti i cittadini vengano a conoscenza dei meccanismi del potere, di quello che potrebbe essere definito come un Palazzo senza luce, buio; ecco per non rendere vana la morte di Mauro sarebbe necessario accendere la luce, illuminare il Palazzo, anzi, bisognerebbe renderlo di vetro, trasparente, in modo da poter vedere e capire ciò che c’è all’interno, magari essere capaci di guardare oltre e far si che il tutto avvenga alla luce del sole…Io penso che sia più difficile essere Uomini che eroi e Mauro era un uomo.
Sandro Tosto

Giuseppe Barbera
7 maggio 15.32.25
Quando siamo arrivati alla chiesa, all’incrocio con la strada per Saman, c’era un’aria da festa campestre. Da un pullman giallo era appena scesa una scolaresca e la banda Agro Ericino – molti giovanissimi e un suonatore di piatti che chissà cosa sentiva con quei due apparecchi acustici quasi più grandi delle orecchie- ha preso a suonare marcette. Adriana si è voluta sincerare con una signora che fosse proprio la manifestazione per Mauro. Appoggiati al muro della chiesa, i gonfaloni della provincia di Trapani e del Comune di Valderice e, vicina a un drappo teso, la bandiera tricolore. Poi di fronte a un paio di sindaci impettiti, l’inno di Mameli, la caduta del drappo e un po’ di emozione a leggere su una targa “Via Mauro Rostagno, sociologo e giornalista”. E’iniziato un corteo in direzione di Saman, in testa la banda, quindi sindaci e autorità e molti giovani, in tutto più di cento persone. Mi aspettavo di conoscerne di più a parte Giorgio Zacco (che ci ha dato il volantino che stasera distribuirà al concerto di Pippo Pollina e che riporta l’intervista di Claudio Fava a Mauro, nell’articolo “La Lotta Continua”, pubblicato da King nell’agosto del 1988) e la sua famiglia. Chiudeva il corteo lo striscione “fuori gli indagati dalle istituzioni” portato da un gruppetto di giovani comunisti. La campagna trapanese era bellissima, c’erano un sole non troppo caldo, gli ultimi fiori della primavera, il grano che incomincia a ingiallire e un mosaico di viti e di alberi di olivo. Isolati fichi, gelsi e peri. Siamo arrivati alla stradella rurale che porta a Saman; nell’angolo dove la vita di Mauro è stata fermata i resti (ma non per colpa del punteruolo rosso) di una palma piantata nel 92. La stele da inaugurare è pochi metri oltre, in direzione di Saman. E’ una piramide tronca in marmo perlato di Custonaci, non più alta di 2 metri. C’è inciso ”Mauro Rostagno, “vittima di mafia”, 26 settembre 1988” e un po’ più sotto “io mi sento più trapanese di voi perché ho scelto di esserlo” Mi aspettavo di peggio, ho pensato che bisognerebbe creare con qualche albero e cespuglio (jacarande e gelsomini azzurri) una zona d’ombra e di sosta e che così, aiutata dall’usura del tempo, potrebbe assomigliare a quei piccoli monumenti sacri che segnano l’antico paesaggio mediterraneo. Sulla stele, una corona di alloro. Poi i discorsi delle autorità: sindaco di Valderice, presidente del consiglio provinciale e, debitamente arrivato in ritardo, presidente della Provincia. Da lui qualche parola stonata – “certamente oggi nella provincia di Trapani non potrebbe succedere quello che è capitato nell’88” -, ma in genere frasi di circostanza e frequenti riferimenti alla polemica sulla collocazione della stele. Infine l’intervento di uno studente del primo anno di giurisprudenza di nome Salvo Tosto che l’anno scorso ha vinto un premio di giornalismo (Gilda lo posterà su fb insieme a qualche foto) e di nuovo la banda a suonare La Lanterna Magica e Azzurro. Allontanandoci si è detto di un piccolo giardinetto che sarebbe bello fare e del futuro, che le autorità hanno promesso “pubblico”, del baglio oggi proprietà di Saman e Cardella, ma a quel punto “ il treno dei desideri nei miei pensieri all’incontrario va ”.
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