Il fango

mercoledì, 22 Giugno, 2011

Cosimo Cristina, un fallito qualunque, aveva perso il lavoro ed era coperto di querele. Pippo Fava, una storiaccia di corna. Peppino Impastato, stava mettendo una bomba. Mauro De Mauro, legato a  Junio Valerio Borghese. Mauro Rostagno, ucciso dai suoi amici…

Ecco un campionario di veleni che hanno infangato tanti omicidi di mafia. I veleni vengono gettati liberamente – dite in giro che la morte di Rostagno è per una questione di donne, dice subito dopo il delitto il boss mafioso Mariano Agate -, i veleni si trasformano in una poltiglia che invade tutto. Poi nel tempo trovano i serbatoi in cui conservarsi. Tanti serbatoi, anche i più inaspettati. L’importante è il pregiudizio che si è venuto a formare, subdolo, strisciante, difficilmente contrastabile. Pochi giorni fa un amico fotografo, proprio su Rostagno, mi diceva: “Ma andava in giro con una Rolls Royce…”. Ora l’auto era una Bentley e non era di Rostagno, bensì di Cardella. Rostagno fu ucciso a bordo di una  vecchia Duna, ma che importanza può avere?

Il fango. Ne ha parlato Roberto Saviano poco tempo fa a Perugia e di nuovo questa ultima domenica nel breve messaggio che ci ha inviato per la giornata all’Alpheus in ricordo di Mauro Rostagno. Non basta uccidere la persona, bisogna eliminare anche tutto ciò che ha detto e denunciato. Ecco a cosa serve il fango. Così la mafia ha cercato di liquidare i giornalisti ammazzati in Sicilia, si dice otto, ma il numero è certamente più alto come ricorda il suicidio di Giuseppe Francese, il figlio di Mario, che aveva dedicato tutte le sue forze alla difesa della storia di suo padre ucciso dalla mafia corleonese nel 1979 e alla condanna dei suoi assassini.

Cosimo Cristina (1960), Mauro De Mauro (1970), Giovanni Spampinato (1972), Giuseppe Impastato (1978), Mario Francese (1979), Giuseppe Fava (1984), Mauro Rostagno (1988), Beppe Alfano (1993)…

Nella morte di Cosimo Cristina è già scritto tutto. Il giovane collaboratore dell’Ora che aveva osato scrivere un po’ troppo sui frati mafiosi di Mazzarino e sul delitto Tripi fu ritrovato morto a Termini Imerese nel 1960 poco fuori di una galleria ferroviaria. Aveva 25 anni ed era scomparso da 48 ore, qualche giorno prima era stato licenziato dalla ditta di caffè per cui lavorava per avere uno stipendio su cui contare. Solo molto dopo si seppe poi che era stato licenziato per pressioni della mafia.

La ferrovia, dunque, come diciotto anni più tardi sarà per Peppino Impastato. In tasca gli trovano due biglietti in cui chiede perdono per il suo gesto. Sono biglietti falsi, ma servono allo scopo: due magistrati li prendono per buoni e chiudono il caso, dicono che Cosimo era un povero fallito per di più oberato da un mucchio di querele per ciò che scriveva. Caso chiuso dunque, neanche c’è tempo di interrogare i macchinisti del treno investitore.

Sei anni dopo un commissario cerca di riaprire il caso, si chiama Mangano, riesce a far eseguire una nuova autopsia, il responso è però suicidio. In Sicilia non è facile andare avanti nelle inchieste giudiziare.

Sempre che ci siano. E chi le fa poi queste inchieste? A Mario Francese dovette provvedere il figlio Giuseppe, poi suicida. «Aveva dodici anni – si legge in un libro sui Francese – quando vide il corpo del padre colpito a morte sotto casa», sentì tutti e sei i colpi di pistola, scese in strada e vide quel cristo morto gettato nel parcheggio. «Per vent’anni – continua – ha cercato testimonianze, ha raccolto materiali, ha fatto quello che non hanno mai fatto gli inquirenti. Si è fatto giornalista investigativo per regolare i conti col passato. E alla fine è riuscito a far condannare mezza Cupola: Bagarella, Riina, Provenzano e altri quattro». Esecutore e mandanti della morte del primo cronista a fare il nome di Totò Riina su un giornale, sul «Giornale di Sicilia» per il quale seguiva la nera e la giudiziaria. Ucciso perché aveva capito, aveva scritto, della trasformazione imprenditoriale di Cosa Nostra. Degli interessi mafiosi intono alla ricostruzione del Belice terremotato, alla realizzazione della diga di Garcia. Stava  approfondendo. Il suo dossier fu pubblicato postumo.

E Giovanni Spampinato? Indagava su un delitto – come in un romanzo di Sciascia – e portò alla luce una realtà melmosa di fascisti protetti dalle istituzioni, di golpisti latitanti che prendono tranquillamente un caffè nel bar più in vista di Ragusa, di terroristi in combutta con mafiosi e malavitosi. Più tardi negli anni suo frtatello Alberto si è chiesto “dove eravamo?» mentre Giovanni giocava la partita mortale. Già, dov’erano tutti quando i «giornali ufficiali» siciliani ignoravano sistematicamente le notizie che solo Giovanni scriveva esponendosi sempre di più agli occhi del potere illegale e nella mente di quel giovane figlio del presidente del Tribunale che, alla fine, premerà il grilletto?

Ecco, sono storie di grande solitudine. Di dolore e solitudine. E spesso anche di fango. Quasi sempre infatti intorno troverete un denso strato di fango in cui far inciampare chi si sta chiedendo il perché di questa lunga strage. Ce l’ha messo la mafia, per prolungare all’infinito l’agonia di chi li stava combattendo.

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