Rostagno, si torna ad indagare sulla loggia Iside 2?

sabato, 4 Giugno, 2011

La Procura di Palermo ha aperto un nuovo fascicolo sulla Loggia Iside 2 di Trapani?  E stavolta, a differenza dell’inchiesta del passato sulla loggia massonica legata a Licio Gelli, l’inchiesta è direttamente legata al processo in corso a Trapani sull’omicidio di Mauro Rostagno? La circostanza che è appena trapelata e andrà messa megloio a fuoco appare densa di significato.

Della loggia è tornato a parlare nell’ultima udienza l’operatore Gianni Di Malta che affiancò Mauro nelle inchieste ultime. L’ha fatto all’interno di un quadro che vide l’interesse di Mauro Rostagno per la loggia accomunato agli interessi più generali tesi a mettere a nudo a Trapani nel 1988 l’intreccio tra politica, affari, mafia e associazioni segrete.

L’esistenza del cosiddetto circolo Scontrino guidato dal maestro Gianni Grimaudo e con figure centrali come l’agente di viaggio Natale Torregrossa e l’avvocato William Sandoz aveva spinto Rostagno a  cercare un incontro diretto con i massoni attraverso un dentista – tale Gianquinto – conosciuto attraverso Saman. In quell’incontro che fruttò a Mauro parecchie informazioni il Torregrossa si spese a più riprese in difesa di Licio Gelli elogiandone la figura. Gelli risulta essere stato spesso a Trapani, ospite tra l’altro del boss Mariano Agate.

Di questo incontro avvenuto il 22 febbraio 1988 i carabinieri del nucleo operativo guidato allora da Nazareno Montanti, oggi generale in pensione, chiesero a Mauro un resoconto il 25 febbraio. In quella sede fu messo nero su bianco l’intreccio che già appariva sconcertante di politici, dirigenti di banca, funzionari della prefettura e della polizia, mafiosi. Mauro Rostagno parlò a quanto pare anche di possibili traffici di varia natura (armi e droga) e della possibile presenza di servizi segreti. Il 23 marzo Rostagno fu poi sentito dal giudice istruttore Trovato e dal pubblico ministero Franco Messina. Di tutto questo i carabinieri Montanti e Cannas già sentiti in aula pare abbiano perso le coordinate. Sarà anche questo uno dei temi su cui so o chiamati a rispondere di nuovo in aula il 16 giugno, nell’udienza in cui il presidente della corte d’assise Pellino li ha richiamati a deporre di nuovo.

A Rostagno apparivano “anomali” parecchi tasselli e in questo contesto aveva messo a fuoco il nuovo “capo” che per conto del boss Francesco Messina Denaro era il nuovo capomafia di Trapani, Ciccio Pace, già toccato dallo scandalo della Cassa Rurale Ericina. Né sfuggiva allora  a Rostagno  l’alleanza tra i corleonesi di Totò “o curto” Riina e la mafia di Trapani con Mariano Agate e il clan Messina Denaro.

Rotagno aveva poi molta attenzione per i nuovi affari che in ragione di grandi appalti come l’aeroporto di Birgi stavano facendo affluire a Trapani imprenditori come quelli dell’asse orientale siciliano del gruppo Recobra (Renda, Costanzo, Graci).

Infine tutto questo tornava a riproporre l’attenzione sul comune di Trapani di cui Mauro aveva scoperto tra l’altro una contabilità segreta parallela. E in quel contesto grande è l’attenzione di Mauro al clan D’Alì del futuro senatore Antonio D’Alì (Pdl), con la famiglia dei D’Alì che all’epoca impiegavano nelle loro proprietà 600 addetti e il cui reggente era proprio il capo della mafia Francesco Messina Denaro.

Ricordiamo altri tasselli di quel puzzle, dal sindaco di Trapani Agugliaro al boss democristiano Francesco Canino che come ebbe a qualificare poi l’editore di Rtc Puccio Burgarella dopo l’omicidio di Mauro “era un pezzo di merda con cui non parlare più”…

L’omicidio di Mauro avviene il 26 settembre del 1988. Il giorno prima, a distanza da Trapani, sulla strada tra Agrigento e Palermo, vengono uccisi il giudice Saetta e suo figlio. Forse questo delitto non è collegato. Ma quello dell’altro magistrato Alberto Giacomelli ucciso a Trapani il 18 settembre forse invece lo è, se non altro per la stessa mano che appare dietro l’esecuzione.

La provincia di Trapani ha registrato lungo tutti gli anni ’80 una lunga scia di esecuzioni e di stragi, con l’assassinio del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari nel 1981, l’eliminazione del giudice giudice Ciaccio Montalto  nel 1983 e poi con la strage di Pizzolungo del 1985 quando con un’autobomba diretta contro il giudice Carlo Palermo vengono uccisi due bambini di sei anni e la loro madre.

Di fronte a quella strage l’allora sindaco di Trapani Erasmo Garuccio dirà: “La mafia non esiste”. In quello stesso anno a poca distanza, a Palermo, viene ucciso anche Ninni Cassarà, che aveva guidato la mobile di Trapani.

Alcamo, Trapani, Mazara, Castelvetrano. E anche Marsala. Su questo contesto aveva puntato l’attenzione dunque Rostagno. E questo contesto a chi rinvia? Ai Messina Denaro e a un viluppo di affari che vedeva allora nella provincia estrema della Sicilia, così lontana dagli occhi di tutti, 120 finanziarie, 150 isrituti di credito, 89 sportelli bancari.

A Matteo Messina Denaro vengono attribuiti oltre 70 omicidi (ma magari sono il doppio), la rivista “Forbes” lo ha inserito tra i dieci uomini più pericolosi del mondo.

I legami dei Messina Denaro col resto della mafia sono apparsi da sempre molto forti. Non solo e tanto perché a Trapani avevano trovato copertura e ospitalità boss come Riina, Brusca, Agate. Quando nel 1981 viene ucciso il sindaco democristiano Vito Lipari i carabinieri fermano un’auto piena di armi. I due a bordo dicono che sono reduci da una battuta di caccia. Il capitano dei carabinieri crede alla versione e li lascia andare. Sapremo dopo che erano Mariano Agate e Nitto Santapaola, il boss di Catania. Trapani e Catania unite in un asse di mafia, sotto la guida di Messina Denaro.

Undici anni dopo quando la mafia cerca di eliminare il vicequestore Rino Germanà a Mazara del Vallo, chi è che partecipa a quell’azione? Matteo Messina Denaro, Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano. I capi dei capi, col giovane Messina Denaro che ha ormai preso il posto del padre e con uno dei due fratelli Gravano che oggi sono sotto accusa a Firenze per la strage di via dei Georgofili  del ’93.

Ci sono voluti 23 anni perché la strage di Pizzolungo venisse ricordata a Trapani. L’ha fatto da poco il sindaco Giacomo Tranchida. E per quella strage – ricordiamo – sono stati condannati Virga, Riina, Di Maggio e Madonna. Proprio Vincenzo Virga che ora è alla sbatta per Ristagno, ucciso tre anni dopo.

Cdentitré anni per Pizzolungo. Così come ci sono voluti 23 anni per arrivare a questo processo per l’omicidio di Mauro Rostagno. Di mezzo c’è stato quello che Roberto Saviano e altri denunciano come il fango. Che cos’è il fango? Basta ripercorrere la sequela di giornalisti uccisi in Sicilia dalla mafia per capire cos’è.

Sono otto i giornalisti uccisi dal ’60 ad oggi (ma forse bisognerà aggiungercene qualche altro tra i feeelance e i meno noti), da Cosimo Cristina in poi. Mauro De Mauro (1970), Giovanni Spampinato (1972), Giuseppe Impastato (1978), Mario Francese (1979), Giuseppe Fava (1984), Mauro Rostagno (1988), Beppe Alfano (1993).

Alla mafia non bastava eliminarli fisicamente, cosa che è stato abbastanza facile fare con persone disarmate e non protette da nessuno. Alla mafia interessava ancor più eliminare con loro anche quello che avevano scritto e denunciato. Ed ecco allora il fango che fin dal primo ucciso, Cosimo Cristina, viene gettato sulle vite dei morti. Questioni di corna, bombe, faide interne…tutto è stato usato per screditare i morti e depistare le indagini.

E’ un copione impressionante che inizia il 5 maggio del 1960 a Termini Imerese quando dopo 48 ore di scomparsa dalla circolazione viene ritrovato il corpo di Cosimo Cristina, giovane giornalista di appena 25 anni, collaboratore dell’Ora. Il corpo è sulla ferrovia, come Impastato. In tasca il morto ha due biglietti, chiede perdono alla fidanzata Enza. Sono fasulli, però bastano ai magistrati per decretare che quello è un suicidio, il suicidio di un giovane fallito dicono. Infatti Cosimo Cristina che per campare aveva un lavoro presso una concessionaria di caffè si era ritrovato all’improvviso licenziato (si saprà poi per pressioni mafiose). Ai giudici però questo basta, aggiungono che Cristina era “ricoperto di querele”. I genitori di Cosimo – un ferroviere e una casalinga – , la giovane fidanzata rimangono impietriti. Anni dopo per iniziativa di un valente sbirro – così li chiamano in Sicilia i poliziotti – di nome Mangano il caso sarà riaperto. Ma intanto per anni il fango è schizzato in tutte le direzioni.

Attenzione al fango, dunque. Distoglie l’attenzione dai veri nodi, serve agli assassini a farla franca, infanga innocenti, crea confusione, alimenta maldicenze, stimola pregiudizi antichi e nuovi, si abbatte sui morti come un’ulteriore vendetta di qualunquismo e disconoscenza.

E’ un po’ quello che è capitato poi anche a Mauro Rostagno.

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