Romano, ministro di mafia. Un’accusa avviata otto anni fa…

sabato, 16 Luglio, 2011

L’accusa di essere un mafioso per Francesco Saverio Romano non nasce certo oggi, la prima volta è stato nel 2003. In quell’anno infatti Romano fu indagato dalla Procura di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione. Nell’ aprile 2005 il gip ha accolto la richiesta di archiviazione della Procura con la seguente motivazione: «Gli elementi acquisiti non sono idonei a sostenere l’accusa in giudizio». Successivamente la Procura della Repubblica ha riaperto l’indagine per il sorgere di nuovi elementi, in seguito alle dichiarazioni del pentito Francesco Campanella. Ed è questa la base dell’accusaa attuale.

Intanto nel 2009 il figlio di Ciancimino, Massimo, lo ha accusato di avergli pagato tangenti per 100 000 euro per questo è iscritto nel registro degli indagati della Dda di Palermo per concorso in corruzione aggravata dal favoreggiamento di Cosa Nostra assieme ai politici dell’Udc Totò Cuffaro, Salvatore Cintola e del Pdl Carlo Vizzini, L’accusa è fondata su intercettazioni  tra Romano e l’avvocato Gianni Lapis, prestanome della famiglia Ciancimino.

Nelle motivazioni della sentenza con cui, nel febbraio 2011, lsa Cassazione ha  condannato Totò Cuffaro per favoreggiamento aggravato nei confronti di Cosa Nostra, Saverio Romano viene coinvolto in merito ad un incontro tra lo stesso Romano e Cuffaro con il boss Angelo Siino, soprannominato il ministro dei Lavori pubblici di Cosa Nostra, per chiederne il sostegno elettorale in occasione delle regionali del 1991.

Ora al pentito Campanella si è aggiunto anche un altro pentito, Stefano Lo Verso. Francesco Campanella, ex presidente del consiglio comunale di Villabate nonché il mafioso che procurò la carta d’identità a Bernardo Provenzano per recarsi a Marsiglia, ha riferito che il boss di Villabate Antonino Mandalà “volle personalmente incontrare Saverio Romano per il tramite dell’avvocato Carmelo Cordaro”. “Mi disse – prosegue Campanella – che avrebbe preso il posto come referente dell’onorevole Gaspare Giudice, ormai inaffidabile”. A Romano è proprio Campanella a portare l’ambasciata di Mandalà che vuole nella lista Biancofore delle regionali 2001 il commercialista Giuseppe Acanto. “Romano – conclude Campanella – mi assicurò il suo inserimento e mi disse di assicurargli Mandalà”.

Ma è Lo Verso che collabora dall’11 febbraio ad alimentare le nuove accuse che il pm Nino Di Matteo sta registrando e che presto potranno essere depositate in vista dell’udienza preliminare. Il racconto più inquietante riguarda senz’altro la prolusione fatta da Romano durante un banchetto in un ristorante di Campo de Fiori nel quale – dicono i pentiti – avrebbe lasciato di stucco tutti i presenti dicendo chiaro e tondo di appartenere alla “famiglia” di Villabate.

Nell’inchiesta che lo riguarda compare anche la figura di Guttadauro, altro contatto di Romano. E’ a casa di Guttadauro – racconta il pentito Angelo Siino – che il boss don Ciccio Messina Denaro, il padre di Matteo, dette ordine di eliminare Mauro Rostagno.

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