Senatore D’Alì (Pdl), quello per cui lavorava Messina Denaro: sentito oggi a Palermo in un’inchiesta di mafia

martedì, 12 Luglio, 2011

D’Alì, il senatore che è stato messo da Berlusconi in psassato sottosegretario all’Interno. D’Alì, la famiglia che dava lavoto ai Messina Denaro, al capo della mafia…D’Alì di cui si occupò a più riprese Mauro Ristagno.

Ora il senatore D’Alì è stato sento a Palermo in un’inchiesta di cose mafiose. Ecco il resoconto:

Trapani, 12.07.2011 | di Rino Giacalone

Palermo: il senatore D’Alì sotto inchiesta respinge le accuse

I pm ribattono non credendo alle tesi difensive del parlamentare

Una difesa netta. «Nessun rapporto con singoli imprenditori, men che meno con soggetti mafiosi, o ancora interessi tali da sapere in anticipo l’aggiudicazione di gare di appalto». Il suo nome negli ultimi tempi è stato ricorrente nelle cronache giudiziarie, l’ultimo tassello l’ha posto la Procura di Palermo che su impulso de gip ha riaperto le indagini sul suo conto per concorso esterno in associazione mafiosa. Da quando è indagato ieri è stata la prima volta che il senatore Tonino D’Alì ha parlato pubblicamente, rispondendo alle domande del pm Andrea Tarondo, il magistrato che è titolare dell’indagine che lo riguarda.

D’Alì è stato teste (come imputato di reato connesso e per questo in aula ad assisterlo c’erano gli avvocati di fiducia Stefano Pellegrino e Gino Bosco) nel processo cosiddetto “Cosa nostra resort”, il dibattimento che ruota attorno all’imprenditore valdericino Tommaso Coppola, e al suo «impero» finito in buona parte confiscato e sequestrato. Per la magistratura lì dentro sono finiti i soldi della mafia trapanese, Coppola (in carcere a scontare una condanna per mafia) avrebbe avuto il compito di fare da «regista» all’aggiudicazione pilotata degli appalti, e accresciuto il suo patrimonio grazie alla forza «intimidatrice» propria dell’associazione mafiosa. Ma non solo. Importanti i rapporti con la politica. E l’indagine sfociata nel processo cita proprio il senatore D’Alì, come se dal carcere Coppola, attraverso suo nipote, mandava «messaggi» al senatore, dalla cella continuava a curare affari e appalti, puntando alla «raccomandazione» politica.

Il sen. D’Alì ha escluso la circostanza di avere mai ricevuto messaggi da Coppola, il pm Andrea Tarondo, a conclusione dell’udienza, ha anticipato che entro la prossima (26 settembre) depositerà documenti dai quali si evince la «testimonianza palesemente falsa» resa dal parlamentare. D’Alì rispondendo alle domande ha escluso rapporti diretti con imprenditori, di essersi occupato solo «di fare arrivare finanziamenti per il bene della città», come quelli per il porto. Ha però detto che qualche imprenditore (non sapendo però indicare i nomi) lo ha avvicinato ai tempi della Coppa America, per sapere dell’aggiudicazione di alcuni appalti. Strano (ha chiosato) il pm che gli imprenditori si rivolgevano in questo modo a lei. «Non mi sembrò mai strano – ha detto anche ai giornalisti fuori dall’aula – perchè nell’immaginario collettivo la politica per via del retaggio della prima repubblica ha questo potere, ma certamente non è il mio modo di fare». «In questa città ho portato lavori “per tutti” – ha ancora detto – rifarei tutto quello che ho fatto per la crescita di questo territorio ma non sono protagonista delle vicende che mi attribuiscono».

La vicenda processuale  ruota ad un presunto contatto tra l’attuale sindaco di Valderice Camillo Iovino (imputato di favoreggiamento) e il sen. D’Alì per garantire prosecuzione di lavori in capo a società del Coppola. D’Alì ha escluso di conoscere i fatti. E all’epoca in cui sarebbero dovuti accadere (dicembre 2006) lui era in Siria. Ma era possibile contattarla al telefonino? ha chiesto il pm: «Si era acceso ma quando sono in vacanza i miei contatti riguardano solo la famiglia – ha risposto D’Alì – dalla politica mi estraneo durante le ferie».

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