Un sindaco di Roma dimenticato, il primo, il più bravo, Luigi Pianciani “garibaldino dei Mille”

venerdì, 30 Settembre, 2011

Domenica all’Anpi dell’Esquilino si ripercorrono dunque anche i luoghi risorgimentali dell’Esquilino. Nel libro che presentiamo, “La lunga notte dei Mille”, un posto di rilievo ce l’ha Luigi Pianciani, oggi purtroppo dimenticato anche se è stato il primo vero sindaco della città, con ben due mandati. Ecco dal libro alcune pagine su di lui.

Da “La Lunga nottte dei Mille” un estratto dal quinto capitolo “ROMA NON E’ LA SAGRESTIA DEL PAPA”, su Luigi Pianciani:

Dal 16 novembre del ’72 un garibaldino è sindaco di Roma. Ma non passa giorno che Luigi Pianciani non si scontri con quel moderato del ministro Quintino Sella. Comune contro governo.

Ora divergono proprio su come allargare la città. Vanno proprio in due direzioni completamente diverse: il sindaco punta sui prati, tutt’intorno alle proprietà del Vaticano, il  ministro si allontana verso le alture dell’Esquilino…

E’ il 1872 e sono iniziati i 18 mesi di Pianciani sindaco, una rivoluzione per la quieta Roma che conta 226 mila abitanti, terza città d’Italia dopo Milano e Napoli.

Pianciani, romano, è rientrato nella sua città nel ’70, dopo vent’anni di esilio e lontananza. <Tornato in patria – scrive – vidi lo stato miserabile cui la mia Roma era stata ridotta, confrontandone le condizioni con quelle di tante città che avevo visitato in Italia e fuori, e moltissime certo d’importanza assai minore della sua>.

Cambiare, certo, ma c’è di mezzo questo biellese taccagno al governo. Cosa pensi di Quintino Sella e delle sue idee di sviluppo il deputato Pianciani l’ha chiarito fin troppo bene in Parlamento nel marzo di due anni prima, durante la discussione sull’<esposizione finanziaria>, insomma sulle cosiddette <economie sino all’osso> annunciate dal Sella.

<Il ministro delle Finanze intende accrescere le imposte; noi a diminuirle. Egli ad aumentare i pesi dei comuni; noi a creare loro delle risorse…Egli ad aggiungere ostacoli allo sviluppo degli affari; noi ad aiutarlo sollevandolo dai pesi…Egli a prelevare sulla ricchezza nazionale tale quale è in proporzione maggiore dell’attuale, noi in proporzione minore su di una ricchezza fatta maggiore. Egli a vincolare sempre più lo Stato al carro della banca, noi a spezzare le catene dello schiavo. Egli a protrarre indefinitamente il corso forzoso, noi a garantirne la cessazione in cinque anni…Egli ad aspettare l’ordinamento economico del paese dal verificarsi delle sue speranze nell’avvenire; noi ad attuarlo nella realtà del presente…>.

E ora, nel ’72, lo scontro continua sul campo a Roma. Pianciani , che vuole trasformare la città da <magnifica capitale da sagrestia> in una struttura vera che risponda ai <bisogni della civiltà moderna> vuole estendere concretamente l’agglomerato urbano oltre il Tevere e Castel Sant’Angelo, in quella zona che si chiama <Prati di Castello>. Punta anche al commercio e all’industria, <grandi sorgenti del progresso dei popoli>.

<Che cosa è Roma ora? –  si chiede il neo sindaco -. Una ricca locanda da forestieri, essa non ha industrie, non ha risorse…>.

Pianciani elabora il  piano regolatore, che vede la luce l’anno dopo. Prevede nuove costruzioni su 306 ettari per un incremento di 150 mila abitanti. E poi iinsediamenti industriali a sud a partire da Testaccio, espansione residenziale a est ed ovest. Prati di Castello rientra in un piano speciale di ampliamento.

Con lui si schiera inaspettatamente perfino il Nigra, esponente ora della Destra, che si spinge a ipotizzare il Parlamento sulle alture di Monte Mario <alta e forte affermazione di Roma libera e costituzionale>. Costgantino Nigra cita addirittura a sostegno il barone Eugène Georges Haussman, lo sventratore-urbanista di Parigi, che dalla Francia si sarebbe dichiarato d’accordo.

Quintino Sella invece ha scoperto l’Esquilino. E’ contrario alla creazione di un centro industriale romano (<una soverchia concentrazione di operai in Roma – dice – sarebbe perniciosa o almeno non conveniente>) e si fa banditore della città degli uffici con un <programma dei quartieri alti>. Con Sella insieme all’Esquilino piemontese si sviluppa anche via Venti Settembre, comprendente il quartier generale delle Finanze. Il governo, con un decreto adottato dal consiglio dei ministri, spinge in questa direzione. Dietro i due si formano raggruppamenti, i cosiddetti  <retrivi> e i cosiddetti <progressisti>, chi prevarrà?

………

Il nostro garibaldino sta rigirando Roma come un guanto. Luigi Pianciani ha appena aperto cinque dispensari gratuiti, ambulatori medici  in cui può andare chiunque e soprattutto anche chi non ha un centesimo in tasca visto che non si paga nulla. In più ha avviato le prime cinque condotte mediche dell’agro romano. Insomma fa come fai tu, che i malati e i bisognosi te li sei andati a cercare nella pampa…

Raccontano ad Herter le gesta del Pianciani a Roma. Produce fatti. Comunica con chiarezza e veemenza.

<Roma, che sarebbe altrimenti la capitale di una gran nazione, è fatta anticamera di un chierico incoronato, meglio potrei dire l’albergo del Vaticano – ha scritto il sindaco garibaldino-. E di questo, dicono i Papi, i Romani devono essere loro riconoscenti, per il concorso di forestieri che vengono in Roma per il piacere di contemplare il Papa. Bella cosa! Lasciate ai Romani l’essere uomini, e guadagneranno ben altro di quello che facendo gli espositori della gran bestia dell’Apocalisse!>.

Alzo zero, i cattolici sono furiosi. Gli riferiscono che Pianciani ha sempre con sé un libro che mostra spesso ai suoi interlocutori, le <Passeggiate romane> di Stendhal.

<Ecco cosa scriveva Stendhal il 3 agosto del 1827…”La gente del popolo è talmente imbevuta di cattolicesimo che ai suoi occhi nulla si produce nella natura se non per miracolo…Roma teme prima di tutto lo spirito critico, che può condurre al protestantesimo; il pensiero, quindi, non solo vi è stato sempre avvilito, ma molto spesso perseguitato>.

Ma ora ci pensa lui. Pianciani ottiene dal governo 9 milioni per il Tevere, fa ripulire le facciate dei palazzi, asfalta strade, costruisce marciapiedi (ce n’erano solo al Corso e in via dei Condotti), abbatte duemila colonnette per agevolare la circolazione, realizza la passeggiata del Pincio e avvia l’isolamento del Pantheon.

In Campidoglio fa porre un registro per i reclami dei cittadini, avvia la rassegna della stampa, apre un ufficio telegrafico, riordina gli uffici, aumenta il numero degli asili d’infanzia, organizza i servizi funebri, migliora le fognature, l’approvvigionamento idrico, la nettezza urbana, l’illuminazione e il servizio degli Omnibus.

Contro la speculazione sui prezzi alimentari allestisce cinque macelli comunali e istituisce cucine economiche. Inaugura venticinque scuole, la scuola superiore femminile, la scuola serale per contadini, la scuola operaia. Mette in piedi dispensari e condotte mediche. Blocca con opportuni provvedimenti il colera nel 1873. S’interessa di musei, biblioteche e archivi. Ricostituisce il Comitato del Pasquino, per le feste del Carnevale.

E fa costruire case. Soprattutto case per i più bisognosi. In pochi mesi si batte per realizzare un nucleo di abitazioni popolari. Aumentati i ricoveri di mendicità, il sindaco fa aprire i primi cinque dormitori pubblici che in un anno ospitano 270 mila persone con punte di mille al giorno negli ultimi mesi del ’74. E di questi 58 mila sono <poveri cittadini che reclamano dalla carità del comune un tetto per coprirsi, un po’ di paglia dove riposare – scrive il sindaco -…In presenza di questa cifra si abbia il coraggio di sostenere che prima di pensare ad accrescere il fabbricato di Roma occorre aspettare si accrescano gli abitanti!>.

I numeri glieli ha forniti l’ingegnere Tito Armellini, professore universitario, che alla vigilia della breccia di Porta Pia ha tirato le somme: a Roma le persone disagiate sono 57.305 e si accalcano in 13.274 camere. E’ la geografia della miseria. <Camerette buje, squallide, malsane, graveolenti, con  quattro-cinque individui per stanza – ha scritto l’ingegnere -. Locali umidi e freddi che raggio di sole mai non rallegra. Camere terrene che prendono luce da vie angustissime ristrette da edifici che sfrenatamente fin ora ha innalzato ingordigia non mai sazia di lucro!>.

Il sindaco garibaldino dura meno di due anni . Ha scontentato molti. Gli impiegati che voleva ridurre di numero, i faccendieri che ha bloccato, l’aristocrazia che lo detesta, i cattolici che lo aborrono. Per la <Voce della Verità>, organo della <Società primaria romana per gli interessi cattolici>, lui è un nuovo Rabagas. I detrattori lo dipingono come il protagonista dell’omonima operetta del Sardou, politicante prima demagogo, poi opportunista, infine despota. Lo scontro con l’assessore Giuseppe Troiani, per un’inchiesta che Pianciani vuole promuovere sul corpo delle guardie Municipali e che Troiani respinge con sdegno,  apre la strada alle sue dimissioni.  Pianciani si ritira a Milano.

Lui va al Nord, Salvatore Calvino deputato trapanese torna al Sud. Il parlamentare si dimette per mancanza di denaro, in quegli anni gli eletti non sono pagati. Tre legislature e ora basta. Va a fare il provveditore agli studi. Non è la prima volta che smette di far qualcosa. Da giovane ha lasciato anche l’abito talare, meglio occuparsi in abiti civili di rivoltosi e diventare garibaldino.

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