Corriere Immigrazione. quegli immigrati che arrivano dalla Grecia

lunedì, 17 Dicembre, 2012

L’altra immigrazione, quella che arriva dalla Grecia, tra soprusi e morti. Riprendo da Corriere Immigrazione:

l mare di lato, il confine rimosso

Storie e misfatti di una frontiera vicina e dimenticata, forzata quotidianamente da centinaia di persone. Con elevatissimi costi umani

La voce di Katerina Tsapopolou, avvocato del Group of Lawyers for the Rights of Migrants and Refugees di Atene, è pacata e implacabile. In perfetto italiano e con una naturalezza che inquieta, racconta di un universo di inferno e tortura, storie di uomini e spesso bambini dal destino mozzato, sospesi fra due stati che gareggiano nel dimostrarsi incivili.  L’abbiamo incontrata a Roma, in occasione di una serata organizzata dall’atelier autogestito Esc.

L’immaginario dominante associa i tentativi di migrare “irregolarmente” al mare di mezzo, il Mediterraneo, e alle coste di Lampedusa e della Sicilia. E dimentica l’Adriatico. È invece proprio attraverso questo mare, nel tratto compreso tra la Grecia e l’Italia, che centinaia di migranti provano quotidianamente a passare, rischiando la pelle e nel silenzio dei media. Le azioni condotte dall’agenzia Frontex, nel Canale di Sicilia e nel Mar Egeo, e l’esternalizzazione delle frontiere, con la realizzazione di centri di detenzione nei paesi nordafricani, hanno fatto sì che una parte dei flussi finisse con l’essere dirottata nella trappola della penisola ellenica.

A percorrere questa strada sono le persone più sfortunate e prive di mezzi, i richiedenti asilo, soprattutto dall’Afghanistan, e i migranti più poveri. Porti come Patrasso, ma anche Corinto e Corfù, sono divenuti negli anni i luoghi in cui trovare rifugio in attesa di provare ad imbarcarsi per l’Italia, nascondendosi nei container, sotto i camion o nelle stive. «Per un lungo periodo – racconta Tsapopolou – si è andati avanti con una sorta di routine. Chi veniva trovato nelle navi o intercettato in Italia, veniva rispedito in Grecia in rispetto della convenzione di Dublino sui rifugiati, poi ci si accorse che Atene non era in grado di garantire le condizioni minime di assistenza ai richiedenti asilo e il suo territorio non venne più considerato “porto sicuro”».

Numerosi ricorsi presentati in sede Ue hanno fatto sì che chi arrivava in Italia non venisse più rispedito nel disagio e nell’abbandono, ma nulla è stato risolto. Sono state rafforzate le espulsioni illegali: chi veniva trovato in una imbarcazione proveniente dalla Grecia, veniva di fatto consegnato al personale di bordo, spesso senza neanche essere identificato e rimandato indietro. La crisi ha acuito ed evidenziato tutte le tensioni. Il Group of Lawyers for the Rights of Migrants and Refugees ha redatto tre rapporti che illustrano con dovizia di particolari la situazione attuale. Cresce la brutalità delle forze dell’ordine greche, i cui agenti spesso si abbandonano – secondo le testimonianze raccolte – ad atti di violenza e di razzismo gratuito. Pesa in maniera ancora più forte il ruolo dei “Commando” (così vengono chiamati i gruppi di vigilanza privata che operano sulle navi o nelle aree limitrofe ai porti) che con ogni mezzo, lecito e illecito, cercano di  allontanare i profughi dalle navi. Ma cresce anche nelle città, non solo quelle portuali, il timore delle organizzazioni neonaziste che sovente organizzano vere e proprie “cacce al clandestino”, a volte anche con il sostegno delle popolazioni locali. La guerra fra poveri in Grecia ha raggiunto livelli parossistici.

Tsapopolou ricostruisce un percorso di dolore e di crimini che ricorda una via crucis e che riguarda decine di migliaia di persone. Si parte da Evros, quella che è definita la “porta d’Europa” o in maniera meno ipocrita “Il muro della vergogna” (Walls of shame. Accounts from the inside: the detention centres of Evros).
Si tratta di una regione che prende il nome dal fiume che l’attraversa e che segna il confine con la Turchia. In tanti cercano di attraversare quel confine e in tanti vengono presi, brutalizzati e rinchiusi nei centri di detenzione che stanno sorgendo come funghi tutt’intorno. Luoghi in cui tutto è permesso tranne che accedere alle procedure per la richiesta di asilo, privi dei servizi più elementari, in cui si vive in promiscuità e non sono garantiti i minimi livelli di assistenza sanitaria. In quei centri, costruiti in Europa, i trattati europei non hanno alcun valore.
Lì si può essere trattenuti per giorni o mesi, ma anche quando si è fuori comincia un nuovo calvario. Il percorso è pressoché uguale per tutti: si cerca di raggiungere Alexandroupoli, il capoluogo e poi Salonicco e da lì prendere un treno per Atene. In molti vengono fermati alla stazione di Larissa e spinti verso il nord del Paese, dove stanno sorgendo nuovi centri, oppure di nuovo arrestati. I fortunati che riescono a raggiungere Atene hanno una sola opportunità: chiedere asilo, sapendo che ci vorrà un tempo infinito prima che la loro pratica venga esaminata e prima di ottenere la mitica “carta rosa” che, in teoria, garantisce alcuni diritti. Nel frattempo, da irregolari, non si ha diritto ad alcuna assistenza medica, se non in casi di estrema emergenza e per il periodo strettamente necessario. Il taglio alla sanità di questi ultimi due anni non ha fatto altro che acuire una questione irrisolta almeno dal 2004. Oggi i medici che curano “clandestini” rischiano anche la galera. Ad Atene, nell’unico ufficio per le domande di asilo di via Petrou Ralli, vengono accettate 60 richieste a settimana. Atene ha 5 milioni di abitanti. Si passano spesso le notti davanti alla porta dell’ufficio, al freddo e sotto le intemperie, ma esposti soprattutto ai raid nazisti di Alba Dorata, che ormai agisce indisturbata in molti quartieri, svolgendo quel “lavoro sporco” che le forze governative non possono compiere. D’altra parte, in troppi articoli, comunicati stampa, dichiarazioni dei partiti di governo, si leggono le stesse logiche xenofobe, la stessa volontà di trovare negli immigrati un capro espiatorio.

Fuggire da Atene diviene la sola possibile scelta e allora si scappa verso Patrasso, verso l’Adriatico sognando un’altra Europa. Il rapporto consegnato, I came here for peace. The systematic ill-treatment of migrants and refugees by state agent in Patras, evoca veramente i periodi più bui della storia europea, per esempio quando racconta di cani usati per stanare e mordere i profughi alla ricerca di un riparo. Si racconta di un contesto sistematico di tortura finora non smentito, storie di uomini, donne e spesso minori, costretti alle maggiori crudeltà. C’è chi nei rifugi di fortuna di Patrasso e dintorni passa anni di abbrutimento prima di riuscire ad imbarcarsi e a rischiare per l’ennesima volta ciò che gli resta della vita.

Ma una volta che le navi mercantili giungono nei porti di Venezia, Ancona, Bari, Brindisi, e una volta che si viene individuati, malgrado le raccomandazioni europee, i respingimenti continuano, anche collettivamente e senza aver provveduto ad identificare le persone. Sovente si evita che chi è scovato nelle navi lasci tracce della traversata, lo si rispedisce indietro come in un crudele lancio dei dadi del “Gioco dell’Oca”, a volte si riesce a intercettare persone che tra l’altro non vorrebbero neanche restare in Italia, perché sanno che neanche il Belpaese riesce a garantire protezione decente. Human Cargo. Arbitrary readmissions from Italian sea ports to Greece, prova a raccontare di questa ennesima tappa fatta di violazioni e di soprusi, di speranze e di fallimenti.

Certo, tutto questo avviene in un Paese come la Grecia in cui la crisi sta uccidendo le persone con disoccupazione alle stelle e tagli continui ai salari e ai servizi e chi attraversa quei confini entra in una Italia che si sente egualmente strangolata, peraltro dalle stesse ricette economiche imposte dagli stessi organismi, ma in questo caso si tratta di ragionare di una crisi non solo politica ed economica, quanto sociale e umanitaria che deve trovare soluzioni. Forse proprio per questo dalla Ue dovrebbe giungere una risposta diversa, una revisione sostanziale del trattato di Dublino che permetta ai richiedenti asilo di avere rifugio in un paese dell’area Schengen, dove possa veramente essere accolto. Oggi questo non è possibile, oggi si viene fermati nel primo paese in cui si mette piede e quello diventa una prigione simile, se non peggiore, a quella da cui si è fuggiti. Andrebbe rivisto quello che gli esperti chiamano “Dublino 2” e i suoi regolamenti attuativi mettendo al centro le persone da proteggere. Ma l’Europa sembra sorda a queste richieste. I governi degli stati membri volgono la propria attenzione altrove, i più caritatevoli si lavano la coscienza realizzando campi profughi in prossimità delle zone di guerra, mantenendo le persone a prudente distanza.

Stefano Galieni

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