Il senatore Lumia (Pd) ad Alfano: acquisire gli elenchi dei massoni di Trapani, lì c’è la rete protettiva di Messina Denaro

venerdì, 12 Febbraio, 2016

Nei giorni scorsi il senatore Beppe Lumia (Pd) ha presentato un’interrogazione al ministro dell’interno Angelino Alfano relativa alla rete di protezione che garantisce da ventidue anni la latitanza del boss Matteo Messina Denaro.

Lumia chiede in particolare al ministro di acquisire gli elenchi dei massoni trapanesi perché tra di loro c’è chi alimenta questo circolo protettivo.

 

Riprendo dal blog che l’inviato del Sole 24 Ore, Roberto Galullo, tiene sul suo giornale:

 

Messina Denaro che – come si legge nella sentenza di cui scrivo sotto e che da oggi comincerò a raccontarvi in alcuni tratti salienti – nutriva profondo rancore verso Rostagno <nella foto<, per la sua volontà di capire oltre le apparenze e informare con assoluta libertà di stampa. «Siino – si legge a pagina 2.54 delle motivazioni della sentenza sull’omicidio di Rostagno, e Siino è Angelo Siino, ex “ministro” dei Lavori pubblici di Cosa nostra e poi collaboratore di giustizia – ricorda ancora che il Messina Denaro usò all’indirizzo di Rostagno una serie di locuzione terrificanti e dal tenore inequivocabile: “gli romperemo le corna”, “è un disonesto…un disonorato”. Espressioni che ha ripetuto al dibattimento e che non si discostano da quanto lo stesso Siino ebbe a dichiarare nell’interrogatorio reso il 20 agosto 1997, circa il proposito bellicoso esternato dal Messina Denaro (“lo coprì d’insulti aggiungendo che un giorno o l’altro avrebbe fatto una brutta fine”)».

Ebbene, per capire quale potere deviato – ricordiamo, denunciato recentemente dal pmMaria Teresa Principato e rinforzato dal suo capo alla Procura di Palermo, Francesco Lo Voi – protegga la latitanza di Matteo Messina Denaro, bisogna rifarsi ad una storia di 30 anni fa.

Una storia che non è attuale. Di più: attualissima. La storia, ricordiamo, insegna e le brutte storie – a certe latitudini del Sud – si ripropongono con sempre maggiore virulenza e attualità.

Continua Galullo:

“Dunque, facciamo un salto indietro. E’ l’11 aprile 1986 quando Saverio Montalbano, vicequestore di Polizia e capo della Squadra mobile di Trapani, entra nell’immobile di via Carreca dove ha sede il circolo culturale Scontrino. Sequestra fogli manoscritti, appunti, carte, agende e rubriche fitte di numeri di telefono, nominativi e annotazioni tra le quali gli elenchi degli affiliati a sette logge massoniche attive: Iside, Iside2, Osiride, Hiram, Ciullo d’Alcamo, Cafiero, più una misteriosa loggia C. Negli elenchi degli affiliati, i nomi dei potenti locali: funzionari pubblici, politici, imprenditori, professionisti e boss mafiosi. Gli elenchi non  erano mai stati comunicati alla Questura, sebbene il 7 febbraio 1981, Natale Torregrossa, componente del supremo consiglio del 33° grado scozzese antico e accettato, avesse segnalato alla stessa Questura che, nell’appartamenti di via Carreca 2, secondo piano, era stato allestito un tempio massonico con le 51 spade rituali.

Misteriosamente – dall’oggi al domani – il capo della squadra mobile di Trapani viene trasferito.

Ogni commento sarebbe (ed è) superfluo ma, finora, i media si sono fermati a leggere questo defenestramento e meno a vedere cosa successe poi a chi cercò di proseguire il lavoro mirabilmente portato avanti da un Servitore dello Stato come Montalbano.

Per saperlo, basta leggere (è un gioco da ragazzi) le 3.039 pagine di motivazioni depositate il 27 luglio 2015 dalla Corte di Assise di Trapani (presidente Angelo Pellino, giudice Samuele Corso, oltre ai giudici popolari), della sentenza relativa all’omicidio diMauro Rostagno, avvenuto il 26 settembre 1988 a Lenzi (la sentenza di primo grado, pronunciata il 15 maggio 2014 ha visto le condanne di Vincenzo Virga e di Vito Mazzarae la prima udienza dell’appello si svolgerà il 13 maggio 2016 presso la seconda sezione della Corte di assise di Palermo).

Ebbene in quelle 3.039 pagine di una sentenza che si lega all’ostinazione e alla competenza con la quale la magistratura ha seguito il caso, si legge un potere devastante dei poteri marci, della borghesia mafiosa, della massoneria deviata, dei Servitori infedeli dello Stato che governavano (e governano) Trapani (e non solo). Con riflessi inquietanti che – trascorsi 30 anni – sono sempre vivi e più che mai attuali.

Leggiamo cosa scrive – da pagina 682 in avanti – la Corte di Assise a proposito della loggia Scontrino e del circuito di relazioni: «Nel cono d’ombra di una loggia massonica coperta, al sicuro da sguardi indiscreti, si coltivano reazioni e si allacciano contatti altrimenti impensabili o difficilmente praticabili; e si sugellano accordi di interesse tra soggetti che appartengono a mondi diversi. In particolare, la compresenza nello stesso circuito massonico trapanese di soggetti di così diversa estrazione e levatura – politici, alti burocrati, funzionari pubblici, magistrati, imprenditori e mafiosi, inclusi semplici gregari – ben poteva spiegarsi sia con la funzione assegnata agli uomini di Cosa nostra di custodi armati del rispetto di accordi collusivi stipulati in altra sede; sia con la destinazione dei vincoli di fratellanza massonica a luogo protetto e sede in cui poter compensare i loro servigi con adeguati favori o negoziare o scambio di favori indicibili, anche al di là dell’appoggio elettorale a candidati graditi (…)

(…) Uno spaccato inquietante in tal senso è offerto invero dalla documentazione acquisita e dalle fonti compulsate già nelle indagini compendiate nei vari rapporti giudiziari dell’epoca – e segnatamente quelli della Squadra Mobile di Trapani del 5 settembre ’86, della Criminalpol del 20 febbraio 1987, della Squadra Mobile e della Gdf del 26 maggio 1977, dei Carabinieri del Reparto operativo di Trapani del 22 giugno 1987, acquisiti tutti al fascicolo del dibattimento – e dalle ulteriori risultanze emerse nel processo a carico dei presunti promotori e organizzatori dell’associazione segreta sorta dietro la copertura delle attività culturali del circolo Antonio Scontrino. E ciò va rimarcato, sebbene il processo , definito con sentenza del Tribunale di Trapani i data 5 giugno 1983, sia stato celebrato solo a carico di otto degli oltre sessanta inquisiti )inclusi i 35 attinti dalle iniziali comunicazioni giudiziarie emesse dall’Ufficio istruzione del Tribunale di Trapani, che rigettò la richiesta di contestare con mandato di cattura i reati per i quali si procedeva), in quanto le posizioni degli altri indagati, a parte alcune posizione stralciate furono definite in istruttoria con proscioglimenti nel merito o per prescrizione o per intervenuta amnistia (relativamente alle imputazioni per il reato di partecipazione ad associazione segreta e per altre imputazioni afferenti a reati contri la p.a.).

E non può non darsene conto, sia pure sommariamente, nel momento in cui deve ribadirsi che uno dei filoni tematici che con maggiore evidenza si intravedono nei materiali assemblati da Rostagno – riguarda proprio il tema della massoneria (deviata) e dei suoi rapporti con la politica e con la mafia: con particolare riguardo, per la realtà trapanese, all’inchiesta sul circolo Scontrino».

Ma ciò che si legge da pagina 718 è ancora più pazzesco e fa seguito al racconto di una serie di incredibili episodi di tracotanza, spavalderia da parte di alcuni indagati. «Angelo Voza – si legge nella sentenza e del quale è stata raccolta la testimonianza in dibattimento – fu uno dei militari della Gdf più impegnati nelle indagini successive alla perquisizione del Centro Scontrino (ha spiegato che il coinvolgimento di tutti i corpi di polizia, inclusi Guardia di Finanza e Carabinieri fu motivato anche dall’esigenza di evitare che eventuali ritorsioni si accentrassero solo sulla Polizia, considerato ciò che era successo al commissario Saverio Montalbano, praticamente trasferito d’ufficio dopo la perquisizione del Centro Scontrino).

Voza sostiene di aver ricevuto diverse minacce per questo suo impegno (tra l’altro fu vittima di uno strano “scherzo” e cioè di una domanda di trasferimento in Sardegna che ovviamente lui non aveva mai presentato). E una volta fu minacciato personalmente da uno degli indagati, che pretendeva la restituzione di alcuni libretti al portatore sequestrati nel corso di una perquisizione. Si presentò al corpo di guardia e gli intimò di restituirgli quei libretti se non voleva passare un guaio (“Io mi rivolgerò al ministro. Le farò vedere”) (…)

(…) Ma soprattutto lo sviluppo delle indagini portò alla luce una serie di episodi dai contorni illeciti in relazione ai quali presero corpo plurime imputazioni per reati contro la p.a., truffa, tentata estorsione e persino rivelazione di segreti d’ufficio, con riferimento all’essere stati alcuni degli inquisiti messi a conoscenza delle indagini a loro carico. In particolare, le imputazioni per il reato di interesse privato in atti d’ufficio caddero già i istruttoria, con una raffica di proscioglimenti per intervenuta amnistia (al pari delle imputazioni per rivelazioni di segreti d’ufficio), previa derubricazione ad abuso d’ufficio. Tuttavia, i fatti accertati erano d’innegabile gravità o tali da gettare pesanti ombre sulla capacità della cricca di inquinare o insidiare il corretto funzionamento delle istituzioni locali».

Bene (si fa per dire). Ora mi fermo ma la prossima settimana ritorno con le “logge selvagge” a Trapani.

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