L’Uruguay del Piano Condor, al processo a Roma parlano Macarena, la nipote ritrovata del poeta Juan Gelman, e un ex militare “pentito”

giovedì, 21 Aprile, 2016

Macarena Gelman  e Juan Gelman, la nipote “ritrovata” e il grande poeta latino-americano (nella foto). Al Processo per il Piano Condor sono tornate oggi le vicende buie dell’Uruguay con Macarena Gelman, figlia di “desaparecidos” e nipote ritrovata dal poeta argentino. Oggi deputata del Frente Amplio al parlamento uruguaiano e militante delle organizzazioni per i diritti umani Macarena Gelman, 39 anni, è la figlia di María Claudia García Irureta Goyena e di Marcelo Ariel Gelman, detenuti eliminati durante le dittature latinoamericane di Argentina e Uruguay.

MacaRena Juan Gelman

La madre fu sequestrata mentre era incinta dai militari argentini e poi “passata” a quelli uruguaiani del Sid (Servizio interno de defensa) che dopo averla portata a Montevideo l’hanno fatto scomparire. Il padre invece fu eliminato a Buenos Aires e il suo corpo è stato ritrovato e identificato, era stato gettato in un canale dentro un bidone che conteneva i corpi di altre sette vittime.  Macarena è nata durante la detenzione della madre nel novembre del 1976 e fu data in adozione a una famiglia uruguaiana. Macarena ha recuperato la sua identità ormai da sedici anni, aiutata dall’inchiesta che suo nonno Juan Gelman fece nel 1998 producendo al mondo anche una famosa “lettera aperta a suo nipote”, non sapendo ancora che era una nipote…Gelman scomparso nel 2013 a Città del Messico – l’Argentina ha decretato allora in suo onore tre giorni di lutto nazionale – sarebbe comparso oggi se avesse potuto in tribunale a Roma. In aula di fronte alla Terza Corte d’Assise di Roma sono stati ascoltati oggi Macarena Gelman e l’ex militare Julio Cesar Barbosa che è l’ultimo ad aver visto la madre ancora viva il 22 dicembre del 1976, quando all’epoca Barbosa era un militare del Sid.

“Abbiamo parlato in molto pochi…”, è stata la risposta che l’ex militare ha dato questa mattina al Pm Tiziana Cugini che gli aveva chiesto se dopo il suo gesto di collaborazione con le inchieste giudiziarie – le sue prime rivelazioni risalgono al 1985 – altri militari avevano seguito il suo esempio. “No, dopo la dittatura è scattato un patto, un patto non scritto,  tra le forze politiche e quelle militari per non perseguire i delitti”, ha risposto Barbosa, facendo riferimento al cosiddetto patto del Club Nautico che in modo informale ha cercato di chiudere il capitolo dittatoriale con una sorta di amnistia de facto. “Ho parlato dal 1985, i primi anni sono stati difficili, a me alla mia famiglia sono arrivate minacce”.

Barbosa nel 1976 era un diciottenne che aveva trovato lavoro nel Sid come “scrivano”. Era strutturato nel Dipartimento 3 del Sid, quello “operativo”, una trentina di militari – ha detto – diretti dal generale Amaury Pratt sotto cui c’erano tre colonnelli delle tre armi, il colonnello Font dell’esercito, il colonnello Araujo dell’aviazione e il maggiore Volpe della marina. Il Dipartimento 3 era guidato dal tenente colonnello Juan Antonio Rodriguez Buratti, il numero due era il maggiore José Gavazo. Altri ufficiali erano Manuel Corsero, il maggiore Martinez, il capitano Gilberto Vazquez, il capitano Josè Ricardo Arab, il tenente Maurento, il maggiore Mirages, il maggiore Baudean, il maggiore Lamt, il capitano Casa (o La Casa), il capitano Mato. E poi il caporale Ernesto Soca. Infine collaboravano col dipartimento 3 anche un paio di poliziotti, Ricardo Medina e il tenente Josè Sande, che erano di fatto del Sid. Il maggiore Ernesto Rama coordinava invece le operazioni antisovversive dell’Ocoa (Organizzazione di coordinamento attività antisovversive)”.

”Dentro il Dipartimento 3 Il maggiore Gavazo era quello che prendeva le decisioni, in seguito come tenente colonnello assunse la direzione del terzo dipartimento – ha detto Barbosa -. Ognuno di noi aveva solo un numero di identificazione , tre numeri della serie trecento. Il capo era il 301, il vice 302 e così via. Era per non far uscire i nomi. Il reparto si è occupato di perseguire in particolare militanti del Partido de la victoria del Pueblo, il Pvp. Parte dell’attività si svolgeva a Buenos Aires, in Argentina, dove andava per periodi di una decina di giorni a volta il capitano Arab, poi sostituito dal capitano Casa”. Il posto in cui operavano erano la famigerata officina Automotores Orletti trasformata in un luogo di tortura e assassinio. E’ lì che è stato ucciso anche Manuel Gelman. Da lì poi partivano gruppi di prigionieri uruguaiani che venivano ricondotti a Montevideo dove ad attenderli c’erano tre carceri clandestine. Barbosa che è stato nel Sid dal giugno del 1976 all’ottobre del 1977 li ha ricordati.

“Il primo carcere clandestino era uno chalet nella Rambla de Punta Gorda, la prima volta che ci sono andato c’erano due o tre detenuti. Sono tornato ed era vuoto, poi nel giugno del 1976 arrivò un camion da Buenos Aires pieno di persone. Erano ammanettate e bendate. C’erano tra loro Sara Mendes, Sergio Lopes Burgos, Eduardo Din, Margarita Michelini, Rodriguez Larretra. Spesso a Punta Gorda arrivavano prigionieri feriti. Il secondo carcere era un locale che era stato inizialmente usati come sede del Sid in Calle Boulevard Artigas y Palmar. Nel sottosuolo recintate da reti erano state create celle. Lì arrivano detenuti dal carcere di Punta Gorda. Il capitano Gavazo ne accolse un gruppo, erano bendati e ammanettati. E fece finta che erano stati passati di mano. Una farsa. Il terzo carcere era in Calle Millan Loretto…”.

“Ho visto la madre di Macarena nella seconda prigione, alla fine del 1976, era incinta. Ero stato messo di guardia e al piano superiore c’erano anche due bambini, la piccola di un anno e il fratellino di tre. Chiesi al grande come si chiamasse, mi rispose: Anatol. E mi disse che la sorellina si chiamava Victoria. Una scena terrorizzante. In ufficio mi dissero che poi forse il sergente Velasquez li avrebbe portati a casa sua. Poi ho saputo che di cognome si chiamavano Julien e che erano ricomparsi in una piazza di Valparaiso, in Cile. La donna incinta stava allora accudendo a quei due bimbi. Giorni dopo sono tornato, lei aveva partorito, era il 22 dicembre, in un cesto c’era la sua bambina. Gli ufficiali Buratti e Arab avrebbero dovuti portarli via di notte. Arab mi disse: a volte bisogna fare cose spiacevoli…”.

E poi? “Poi ho scoperto che la bambina era Macarena Gelman e che la madre continua ad essere desaparecida…”. Barbosa ha rivelato di aver partecipato a vari arresti, come il maestro Julio Castro che fu portato a Calle Millan. E ha riferito di una grossolana montatura inscenata dal Sid con tanto di falsi arresti anche di militari dell’organismo allo scopo di denunciare un inesistente piano di invasione sovversiva dell’Uruguay. “Serviva per cancellare i sequestri che erano in corso a Buenos Aires”.

Macarena Gelman si è rifatta alla ricerca avviata dall nonno Juan che nel 2000 era riuscito a recuperare una preziosa testimonianza su una donna incinta non uruguaiana che aveva partorito in un locale del Sid a Montevideo. “Vari superstiti avevano poi riferito di aver sentito i miei pianti. Mio nonno è poi riuscito a sapere che la donna era un’argentina. Allora ha lanciato una campagna pubblica per trovare altri testimoni ed è così che si è venuti a sapere che all’inizio di gennaio del 1977  o verso la fine del ’76 ero stata deposta dentro un cesto davanti a una casa. Quando è uscita questa cosa mio padre adottivo era appena scomparso, mia madre adottiva mi ha riferito che ero stata portata a casa da un poliziotto e un militare. Il primo è Ricardo Melina, il secondo  potrebbe essere uno che si chiama Silveira oppure il capitano Josè Ricardo Arab…”.

Macarena ha fatto allora l’esame del dna, è risultata la figlia di María Claudia García Irureta Goyena e di Marcelo Ariel Gelman. Aveva allora 23 anni, fino a 30 è restata con la famiglia adottiva, ora vive da sola. Subito dopo il dna ha ristabilito i contatti con la vera famiglia, col nonno Juan, con la nonna materna  e con alcuni zii che vivono in Spagna. “Sono oggi deputata al parlamento – ha detto – e milito in un gruppo di lavoro di verità e di giustizia creato dal presidente Mujica”. L’unico corpo che le sia stato restituito è quello del padre che nel 1989 è stato identificato in uno degli otto resti umani contenuti in un bidone gettato dentro il Canale di San Fernando, alla periferia di Buenos Aires. “Sette su otto sono stati identificati, erano tutti detenuti all’Automotores Orsetti. Tra le vittime i fratelli Gayà, Anna Maria del Carmen Perez che era incinta, due funzionari dell’ambasciata cubana a Buenos Aires…”. “All’Orletti c’erano forze repressive congiunte di Argentina e Uruguay – ha detto Macarena Gelman -. Lavoravano insieme”. Questo in estrema sintesi il carattere efferato del Piano Condor.

Il processo prosegue il 13 maggio.

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