Una lapide in via Salaria 72 per Ciril Kotnik, il coraggioso diplomatico sloveno che salvò ebrei e antifascisti

domenica, febbraio 17th, 2013

Oggi sul corriere queste notizie su Ciril Kotnik:

Iztok Mirosic, ambasciatore della Slovenia a Roma, vorrebbe onorare come si deve un diplomatico sloveno che nei giorni bui dell’occupazione tedesca ha tenuto alta la bandiera dell’antifascismo a Roma. Per questo in dicembre ha chiesto una lapide che ricordi Ciril Kotnik in via Salaria 72, la casa da dove Kotnik tenne in scacco a lungo la Gestapo fino al momento in cui venne arrestato e portato poi a via Tasso. Mirosic ha appena ricevuto dal Comune di Roma una risposta: “Il sindaco Alemanno condivide questa idea – spiega Mirosic -. Stanno valutando le misure della lapide, la pietra la faremo venire dalla Slovenia o dalla Carinzia slovena, di cui è originaria la famiglia Kotnik. Speriamo che per giugno si riesca a ricordare come si deve questo uomo coraggioso che ha salvato molte vite umane, connazionali ed ebrei, ragione per cui abbiamo anche avviato d’intesa col ministero della Giustizia la pratica per il riconoscimento di “Giusto” allo Yad Vashem di Gerusalemme”. Kotnik è peraltro il nonno materno di Walter Veltroni che in questo caso è stato trattenuto nel ricorso a iniziative pubbliche per il suo congiunto da ovvia ritrosia e riserbo. A spingere gli sloveni alle loro richieste è anche il rammarico per come la persecuzione fascista del popolo sloveno, concretizzatasi in oltre 30 mila deportati e nella gestione di tre lugubri campi di prigionia ad Arbe, Gonars e Renicci , viene molto spesso dimenticata e non gode di adeguata ricognizione e memoria. Ma chi era dunque Ciril Kotnik? Nato a Lubiana  da giovane, poco più che ventenne, aveva partecipato alla prima guerra mondiale come volontario nell’esercito serbo e di lì a poco, ammesso nel servizio diplomatico, si era visto trasferire a Roma dove per oltre due decenni avrebbe operato nell’ambasciata iugoslava. In seguito all’occupazione e allo smembramento della Iugoslavia si era ritrovato nel ‘41 con l’ambasciata chiusa ma alla fine dell’anno il governo in esilio lo aveva nominato ambasciatore presso la Santa Sede. Ed è in  questa veste che Kotnik trovò la sua grande opportunità aiutare gli antifascisti e gli  ebrei romani a sfuggire alla repressione nazifascista.. Il 28 ottobre del 1943 fu arrestato e per alcuni terribili mesi fu tenuto a Via Tasso dove fu torturato per ben undici volte: volevano che facesse i nomi della sua rete, ma Kotnik non li fece mai. I tedeschi non esitarono neanche a portare in una cella attigua la moglie di Kotnik, Maria Tomasetti, che dovette ascoltare i gemiti del marito. Ma anche lei non rivelò ciò che sapeva. Kotnik aveva allora 48 anni e due figlie, Ivanka e Darinka, rifugiate in un convento di suore. Kotnik, che era satato condannato a morte, fu poi liberato per intercessione di un prelato vaticano, ma per le sevizie subite morì nell’immediato dopoguerra, nel 1948. Sua figlia Ivanka sposò nel dopoguerra Vittorio Veltroni, Darinka invece si trasferì in Canada. Nel ’55 ecco per loro padre un riconoscimento ambito, la medaglia d’oro che l’Unione delle comunità ebraiche assegnò alla sua memoria come “salvatore di ebrei”. Ci sono carteggi all’ambasciata che spiegano cosa combinò in quegli anni bui il coraggioso diplomatico sloveno. In una lunga lettera all’ambasciatore sloveno del 1944 due connazionali, Milko Buzigar e Janko Kralj , spiegano quante siano state le vite umane salvate allora  da Kotnik, pronto ad offrire alloggio, viveri, denaro a tutti quelli che andavano a bussare alla sua porta aiutando indifferentemente ufficiali e soldati iugoslavi fuggiti dai campi di prigionia, ebrei in fuga, inglesi, partigiani. “Gli ultimi anni della vita li ha vissuti in miseria – spiegano  Buzigar e Kralj -, della quale non voleva lamentarsi con nessuno”. Kotnik è stato ricordato da Giorgio Napolitano nel discorso che il Presidente fece a Lubiana durante la visita di stato. Ciril Kotnik e sua moglie Maria sono sepolti nel cimitero dell’Aquila, spesso qualcuno va a deporre un fiore sulle loro  tombe.

Paolo Brogi

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