Informazioni che faticano a trovare spazio

1863, Catanzaro, Consiglio comunale: “Catanzaresi, un atto di pietà…” Chiudere il convento e restituire le suore alla vita…

Il vescovo che caccia la suora puerpera…così va la Chiesa ancor oggi al tempo di Papa Francesco, lo stesso nome dato al neonato della suora.

Centocinquanta anni fa il problema “suore” fu così affrontato in Calabria  dal garibaldino dei Mille Alberto De Nobili. Piuttosto drasticamente. Dal mio libroi “La lunga notte dei Mille”, Aliberti editore:

<La parola al consigliere Alberto De Nobili. Prego, consigliere, il suo ordine del giorno…>. Si fa silenzio nel consiglio comunale di Catanzaro, anno 1863, l’argomento infiamma da qualche giorno la città. L’ex garibaldino De Nobili vuole cacciare le suore clarisse dal loro convento. <Il monachesimo non giova più né alla religione né alla città…>, tuona De Nobili. E spiega come quelle povere creature debbano essere rese a una vita più sociale e relazionale. Basta con questa reclusione che non ha più senso in questi nuovi tempi!

L’uomo è già stato Ispettore delle Guardie Mobili e ha dato la caccia ai briganti. Non è stato soltanto con Garibaldi. Alberto De Nobili privo di peli sulla lingua è di carattere focoso, discende da una famiglia che si è già macchiata di sangue e che ha scontato l’esilio a Corfù dove Alberto è nato. Il padre Cesare, con la moglie Elena, ci si erano rifugiati con altri due zii del ragazzo, Domenico e Antonio,  dopo aver ammazzato il barone Saverio Marincola.

Il barone non voleva smettere di fare l’amore con una delle loro cinque sorelle, Rachel. A Catanzaro anche questa storia, sebbene di cinquanta anni prima, conserva ancora il suo peso. E poi quanti sono stati mai questi meridionali nell’esercito dei Mille? Li hanno contati e ricontati, sono poco più di ottanta. Di cui venti i calabresi, sei quelli i catanzaresi. E lui è uno dei sei. Dunque bisogna ascoltarlo. <In Sicilia ne abbiamo salvate di queste poverette…>.

De Nobili ricorda il racconto degli Invernizzi fatto a Giulio Cesare Abba, sul Monastero dei Sette Angeli, proprio di fronte al Palazzo Arcivescovile di Palermo, dato alle fiamme dai borbonici.

<Carlo e Pietro Invernizzi con Bartolo Tomasi, hanno tratto in salvo parecchie di quelle monache che erano in pericolo, ben quarantasei. Comprese due che sembravano di cartapecora, tant’erano vecchie. L’attestato lo fece poi la badessa madre Concetta Raffaella Del Bosco. Tra le monache, così mi dissero, ce n’era una giovane e bellissima. Tratta in salvo li aveva guardati con occhi sognanti, poi aveva preso un reliquiario di filigrana con dentro un ossicino di Santa Rosalia e l’aveva donato a Carlo Invernizzi. Un gesto da non dimenticare. Ecco perché bisogna difendere ancora queste povere donne, liberarle da una situazione degradante. Dietro quei veli ci sono donne in carne ed ossa…>.

E pian piano il consiglio passa dalla sua parte, la decisione alla fine è presa: le clarisse sloggeranno da Catanzaro, il convento viene chiuso. <Catanzaresi, il nostro è un atto di pura pietà…>.

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