Elena Bentivegna

domenica, gennaio 4th, 2015

In ottobre, dall’ospedale di Tor Vergata, Elena Bentivegna mi chiamò. “Non per me, ma per gli altri…”, mi disse. Segnalava pasta scotta, fredda, semincollata. Uno schifo. A una vicina, senza denti, avevano dato una mela. Dura, durissima. “Almeno giel’avessero cotta…”. Telefonai un po’ in giro, fino alla responsabile di area del Tribunale del malato. Qualcosa cambiò in quel vitto, così mi segnalò a distanza di giorni Elena.

Era lì, col suo cuore in difficoltà. Poi è passata all’Istituto neurotraumatologico di Grottaferrata, l’Ini. Dove è morta questa mattina alle 9.

A Colle della Madonnella, a Zagarolo, lascia i suoi pensieri e i suoi files. Come quelli spediti agli ambasciatori (12) che hanno a che fare col cimitero acattolico di Testaccio, quello che non ha voluto le urne cinerarie dei suoi genitori Carla e Rosario. Ogni tanto mi mandava le risposte assai burocratiche che riceveva. Le migliori la reindirizzavano all’ambasciatrice del Sud Africa, la responsabile pro tempore, quella che aveva detto no.

Elena scriveva, ricordava ai paesi “alleati” che avevano dato onorificenze ai suoi genitori, cercava di far ricordare. Duro mestiere quello del ricordo.

Con suo padre in Campidoglio, per presentare il suo ultimo libro, abbiamo ripercorso anni di liti giudiziarie tutte segnate da quelle orride bugie ripetute contro Capponi e Bentivegna. Dovevano presentarsi ai tedeschi, perché non hanno risposto ai bando e agli annunci radio? Perché, ripetevano negli anni i giornalisti di destra….?

Perché non ci sono mai stati né bandi né appelli radio. I tedeschi hanno fatto la strage in 36 ore. Dopo hanno pubblicato un annuncio orrendo sul Messaggero. Il nostro, ripeteva Bentivegna, è stato solo un atto di guerra.

Elena ha sentito tutto questo per anni. I suoi si erano subito separati dopo la sua nascita, nell’immediato dopoguerra. Era restato quel patrimonio da difendere dai Belpietro e Vespa, dal Giornale e da Libero ecc, era restata soprattutto lei.

Lei era stata abbracciata da tutti alla morte di Sasà (nella foto), per il funerale laico nel cortile della Provincia a Palazzo Valentini. Poi però è calato l’oblio.

Come è stato possibile che Elena Bentivegna, in carrozzella, da sola con un piccolo gruppo di amici, sia stata costretta a disperdere le ceneri di Carla e di Sasà nel Tevere, lo scorso settembre?

Poi Elena era finita di nuovo in ospedale. E non ne è uscita più.

Ma ha fatto in tempo a onorare i suoi genitori.

Brava Elena, in che misero paese hai finito i tuoi giorni…

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One Response to Elena Bentivegna

  1. Paolo Ricci says:

    È davvero un peccato dimenticare!
    Mi ha colpito passare recentemente per Via Rasella e vedere che non c’è uno straccio di lapide a ricordo di quella che fu una delle PIÙ IMPORTANTI BATTAGLIE (e vittorie) della Resistenza italiana contro il nazifascismo e l’invasione tedesca.
    L’attacco di Via Rasella viene invece sempre associato alla strage delle Fosse Ardeatine nel tentativo di creare tra i due fatti un capzioso nesso di causa/effetto.
    CHE COSA C’È DI PIÙ FALSO!?
    1. La battaglia di guerriglia urbana combattuta a Via Rasella, di cui Rosario Bentivegna insieme all’intero suo GAP — e con il consenso del CLN — fu uno degli eroici protagonisti, fu una AZIONE DI GUERRA, agita in tempo di guerra. Non agirla avrebbe significato rassegnarsi e subire passivamente, e in questo modo rendersi correi della violenza e del terrorismo altrui.
    2. Bisogna distiguere tra la violenza come volontà di oppressione dalla violenza come gesto di liberazione. L’azione di guerra messa in atto da Bentivegna, Capponi, Salinari e compagni è stata un fondamentale (e, insisto, vittorioso) GESTO DI LIBERAZIONE e COME TALE VA RICORDATO e FESTEGGIATO: senza mestizie di sorta! Per capirne la portata, basti ricordare la reazione di Hitler alla notizia, disse: « Distruggete Roma! ». Non poteva sopportare infatti che un manipolo di studentelli romani stesse mettendo in seria difficoltà l’insediamento nazifascista di Roma, baluardo fondamentale contro l’avanzata degli Alleati da Napoli e da Anzio.
    3. La strage delle Fosse Ardeatine, nel suo immenso dolore, non ha niente di diverso dalle tante che i nazifascisti, a partire dall’8 settembre 1943, commisero contro la popolazione inerme: Monte Sole, Sant’Anna di Stazzema, Boves, Acerra, Monchio, ecc. Rappresaglie in cui vennero massacrate indistintamente migliaia di persone, ma, in verità, neppure vere rappresaglie, MOLTO DI PIÙ! Pura volontà di distruggere, annientare chi è diverso, chi non accetta di essere schiavo. È noto che Hitler disse: « DOBBIAMO ESSERE CRUDELI, DOBBIAMO ESSERLO CON TRANQUILLA COSCIENZA DOBBIAMO DISTRUGGERE TECNICAMENTE, SCIENTIFICAMENTE… » e così interi paesi, intere comunità venivano distrutte. È chiaro che non esiste nesso di causa/effetto tra le azioni partigiane e la furia distruttrice dei nazifascisti.
    4. Si vuole fare (da sessanta anni, da parte degli attuali complici del Nazifascismo, capitanati dai tanti Bruno Vespa che affliggono la nazione), si vuole fare dell’attacco di Via Rasella un caso a parte, riversando su di esso la responsabilità morale dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, perché si intende in questo modo colpire TUTTA LA RESISTENZA ITALIANA. In questo modo, si intende giustificare l’empietà del nazifascismo: empietà risponde a empietà. Purtroppo spesso questo paradigma imbroglione trova spazio nella coscienza di molte persone (vedi il libro di Alessandro Portelli, “L’ordine è già stato eseguito”) perché si pensa che l’empietà della strage delle Ardeatine sia troppa, sia insopportabilmente esagerata, per non avere una qualche causa che la giustifichi. Come quando si dice degli ebrei:
    « avrano pure fatto qualcosa per meritarsi tutto questo odio e violenza!». Non si vuole vedere che l’unica causa degli eccidi, delle pulizie etniche, ecc., è solo nella volontà di chi sceglie di compierli: non c’è ragione, non esiste plausibile causa esterna. È solo una volontà interiore.
    5. In particolare a Roma, il fatto che il papa Pio XII non abbia detto una parola sola contro la strage dei nazifascisti e abbia condannato invece, sempre e in maniera definitiva, “l’irresponsabilità” di chi contro di essi combatteva, questo ha spiazzato molte coscienze: — possibile che il papa non veda? non sappia? E se sa, il fatto che accetti una strage orribile come questa può solo significare che una valida ragione ci deve pure essere. Noi non la sappiamo, ma sappiamo che essa esiste, perché altrimenti il papa parlerebbe, condannerebbe: è pur sempre il difensore della morale e dei buoni principi cristiani —. È infatti IMPOSSIBILE ACCETTARE che il rappresentante ufficiale della SPIRITUALITÀ di un Paese e di una città (il papa è vescovo di Roma — ma i suoi concittadini li ha lasciati crepare senza dire una parola) possa sopportare e avallare una strage come quella delle Fosse Ardeatine. E invece è proprio così: come il re tradì il suo popolo sul piano politico, civile e militare, così il papa lo tradì sul piano spirituale (cosa ancora più grave!).

    Ora resta una cosa: ed è che la morte di Elena Bentivegna (figlia di Rosario e di Carla Capponi) ci spinga a ricordare, ricordare sempre, dove trovano fondamento le NOSTRE RADICI SPIRITUALI E CULTURALI; ovvero da quali morti ha origine la nostra vita; da quali pensieri, sacrifici, scelte di vita, da quale sangue versato perché la vita rimanesse vita oltre la morte. Ricordare che la ribellione ai nazifascisti, che ha portato tanti morti prima di tutto tra le file di chi l’ha agita, è stata la scelta di mantenere viva la vita: una vita senza libertà, senza giustizia e senza amore non è vita. QUESTA SOLA È LA MORTE: perdere i propri ideali e avere paura di difenderli. La morte è solo morte dello spirito.
    Lo spirito dei nostri fratelli, padri, nonni che hanno combattuto — in tutto il mondo — per difendere la VITA, il loro spirito è sempre vivo. In questo noi viviamo ed è questo che ricordiamo: ogni giorno.
    Buon viaggio, Elena, ti vogliamo sempre bene, da morta così come da viva.

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