Gramsci, illustre dimenticato

mercoledì, 20 Gennaio, 2021

Antonio Gramsci nella fase ultima della sua vita ruppe con un altro tabù del comunismo stalinista ereditato dal leninismo.

Dopo aver respinto la teoria del socialfascismo, in cui gli stalinisti accomunavano barbaramente i socialisti ai fascisti  – una posizione che aveva contribuito ad alimentare quella sorta di processo a Gramsci in carcere da parte di altri detenuti comunisti – Antonio Gramsci aveva anche rinunciato alla dittatura del proletariato elaborando un concetto di egemonia che i comunisti avrebbero dovuto affermare in una società liberaldemocratica.

Sono pochi accenni a questi concetti, nell’ultima fase della sua vita, che però illuminano l’ultimo Gramsci. Il fatto poi che dei suoi famosi quaderni sia con tutta probabilità scomparso un quaderno, forse contenente le sue ultime elaborazioni teoriche, apre un interrogativo che non ha trovato ancora risposte definitive. Le ricerche di Antonio Lo Piparo e di Luciano Canfora tengono vivo questo problema, al quale ho dedicato tempo fa spazio nel documentario fatto con David Riondino “Le pietre di Gramsci”.

Dunque che importanza può avere tutto ciò sul percorso iniziato nel 1921 dal Partito comunista d’Italia, controllato all’origine dallo schematico Amedeo Bordiga e nel quale l’Ordine Nuovo di Gramsci, con le sue teorie consiliari operaie, era acquartierato abbastanza di lato?

La svolta di Salerno attuata sul finire della guerra da Palmiro Togliatti, con l’apertura ai badogliani,  

rinvia a un percorso che molto più nobilmente e intelligentemente fa capo piuttosto a Gramsci, quello scomodo detenuto che lo stalinismo si era ben guardato dal chiedere libero magari sotto forma di uno scambio mai avviato. Uno stalinismo di cui Togliatti a Mosca, prima del rientro in Italia, era oggettivamente parte integrata. E che ancora nel dopoguerra e fino al XX Congresso delimitava fortemente lo spazio comunista in Italia. Ma Gramsci ormai deceduto nel 1937 non era più della partita.

La natura “socialista” del Partito Comunista italiano, oggi rivendicata apertamente da varie voci, non è nata dunque dal niente e Gramsci, ancor prima di Togliatti nei suoi usi pragmatici assai strumentali, ne è stato forse il predecessore che oggi si dovrebbe ricordare un po’ meglio.

Come si fa altrimenti a spiegare come di fronte alla rivolta ungherese dell’ottobre del  1956, quando ormai il XX Congresso (febbraio 1956) è alle spalle, i dirigenti comunisti italiani in massa (dal segretario Togliatti a Pietro Ingrao direttore quest’ultimo in quel momento dell’Unità su cui furono scritte cose feroci sui “controrivoluzionari” ungheresi) continuano ad optare per un allineamento stretto col comunismo sovietico al potere? Si salvarono allora solo in pochi, come Antonio Giolitti passato nell’occasione al Partito socialista…

Dunque sulla natura riformista e socialista del Pci ci sarebbe ancora da precisare molto, soprattutto non retrodatando in modo scorretto questo orientamento che in modo oscillante stentava ancora a manifestarsi nel 1968, ai tempi del movimento, dell’invasione della Cecoslovacchia, della nascita del Manifesto ecc ecc.

La prospettiva riformatrice socialista ha insomma avuto parecchia difficoltà a potersi esprimere dentro il Pci e quando è riuscita a farlo più compiutamente è stato per imboccare l’imbuto assai stretto del compromesso storico per farne di fatto un’alternativa ai socialisti che erano già forza di governo, ma in quel momento il 1921 era già davvero assai lontano e si stava per approdare alla “solidarietà nazionale” che di riformista e socialista non ha avuto granché da esibire.  

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